Don Lorenzo Milani spirito libero

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Riccardo Cesari ha firmato Hai nascosto queste cose ai sapienti, dedicato al priore di Barbiana.

Di don Lorenzo Milani, di cui ricorrono i 60 anni di uno scritto pietra miliare come la cosiddetta Lettera ai giudici, sul tema della disobbedienza civile, della responsabilità di fronte all’ordine ingiusto, di straordinaria attualità in tempi di venti di guerra che soffiano sempre più forte, si è scritto moltissimo. Il centenario della nascita nel 2023 ha fatto proliferare libri su libri, mentre il corso del tempo, l’allontanarsi dai testimoni diretti, ha reso sempre più difficile aggiungere qualcosa al già noto.
Fa certo eccezione in questo panorama Hai nascosto queste cose ai sapienti. Don Milani, vita e parole per spiriti liberi di Riccardo Cesari, professore di matematica finanziaria all’Università di Bologna, uscito in occasione del centenario e sopravvissuto alla contingenza per la sua originalità e per la ricchezza di ricostruzione del contesto. Non l’unica fatica di Cesari dedicata al priore di Barbiana, ma certo la più importante.
Professor Cesari, perché un matematico finanziario scrive di don Milani?
«Una lunga storia: sono nato nel 1958, mio padre mi parlava di questo sacerdote fiorentino che faceva cose diverse dagli altri, ma non siamo mai saliti a Barbiana. Ero un ragazzo quando, non so neanche io perché, ho comprato Esperienze pastorali, libro mio coetaneo, con un titolo ostico per un quattordicenne. L’ho sfogliato e non l’ho letto, se lo avessi fatto presumo che non ne avrei capito nulla a quell’età. Però sono rimasto affascinato dai tanti grafici che c’erano dentro e dalle tabelle con i calcoli fatti necessariamente a mano. Credo che don Lorenzo Milani, in qualche modo, ben prima che io lo leggessi, abbia acceso la mia curiosità per una materia che a scuola non si studia, finendo per influenzare anni dopo la mia decisione di iscrivermi a statistica».
Di qui ad arrivare a scrivere di lui ne corre però…
«Ho letto Esperienze pastorali dopo, quando già mi ero laureato in statistica e avevo fatto il dottorato a Oxford. Mi ha colpito il modo di osservare la realtà, e in particolare la condizione socio-economica, della sua parrocchia da parte di questo giovane prete di 35 anni. Pur venendo da una formazione umanistica, e pur dicendo dopo, fattosi maestro per le necessità dei suoi parrocchiani, di non amare la matematica, si esprimeva con una lingua efficacissima e, intanto, sapeva ragionare della realtà in chiave logico-numerica. Non è frequente incontrare cultura umanistica e scientifica insieme nella stessa persona, a quell’epoca erano mondi che non si parlavano e tuttora l’osmosi è scarsa, anche se penso che bisognerebbe farla crescere nella formazione».
Che cosa sapeva di don Milani a quell’epoca?
«Pochissimo. Man mano che leggevo i suoi scritti e gli scritti che lo riguardavano, ho sentito che mi mancava qualcosa che mettesse don Milani in relazione al contesto di quell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta: un’epoca di crescita e fermento su tutti i fronti. Così è nato questo “librone” in cui, tenendo il filo conduttore cronologico-biografico, a ogni spunto che mi è venuto in mente ho aperto una finestra di approfondimento, seguendo anche qualche volo pindarico».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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