Il dono di sé stesso

Nel centenario francescano, molti hanno partecipato all’ostensione delle reliquie del santo. Poveri resti mortali, che testimoniano un’esistenza in Cristo.
L’ostensione dei resti mortali di san Francesco è stata uno degli eventi del centenario francescano che ha avuto maggiore risonanza. Circa 370 mila persone hanno varcato la soglia della basilica di san Francesco per venerare quest’uomo «piccolino» (come amava definirsi lui stesso). Francesco, a uno sguardo esterno, è tutt’altro che un grande della storia. Mi ricorda proprio «i piccoli di Jhwh» dell’Antico Testamento e Maria che nel Magnificat riconosce come il Signore abbia guardato proprio la sua «tapeinosis» (umiltà, piccolezza, povertà). Ecco, Francesco è un ultimo del mondo che Dio e il suo popolo riconoscono come grande.
In questo senso, allora, l’ostensione è stata in qualche modo proprio un cammino spirituale che, attingendo a una tradizione condivisa anche con i cristiani d’Oriente, ha voluto evidenziare soprattutto l’esperienza e il frutto spirituale di questo atto di devozione. In effetti – sulla base del detto del Signore nel Vangelo di Giovanni (12,24): «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» – come comunità francescana abbiamo riletto la vita di san Francesco proprio secondo la logica del dono di sé. Una vita tutta offerta a Dio e alle persone che incontrava – che ha riconosciuto fratelli e sorelle – è una vita consumata, perché chi si dona perde piano piano la sua vita, ma solo così la trova davvero (cfr Mt 16,25).
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di fra Giulio Cesareo


