Un messaggio colmo di futuro

La testimonianza del Poverello di Assisi, che ha attraversato i secoli, è attuale ancora oggi. E può diventare una guida preziosa in un tempo segnato da smarrimento e inquietudine.
Nella vita dei santi ci sono aspetti storici che ne fanno cogliere il profilo nel contesto culturale e sociale, calati nel periodo e nello spazio in cui hanno vissuto, e contemporaneamente aspetti eterni, in grado di parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo. Ciò si coglie in maniera spiccata in grandi figure come san Francesco, l’alter Christus, la cui testimonianza e il cui messaggio hanno attraversato i secoli per arrivare fino a oggi e risultare ancora profetici, pieni di futuro. Nelle Fonti Francescane c’è un testo, scritto dal Poverello nel settembre del 1224 sul monte della Verna, intitolato Lodi di Dio Altissimo. Tommaso da Celano racconta che un confratello desiderava avere dal santo «uno scritto contenente parole del Signore», convinto che lo avrebbero aiutato a superare una tentazione spirituale. Un giorno Francesco lo chiamò chiedendogli di portare carta e calamaio per scrivere «le parole e le lodi del Signore». Ne nacque un brano di 22 righe, con l’incipit «Tu sei» ripetuto 17 volte e le caratteristiche di Dio richiamate con semplicità e grande efficacia («Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei Altissimo»). È un canto di lode a un Tu presente, vivo, visibile. «Tu sei bellezza» viene ripetuto due volte, così come «tu sei la nostra speranza» e «tu sei carità – tu sei la nostra carità». Per tre volte viene reiterata la parola «bene»: «Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene». Francesco, spogliato della sua storia passata, come delle sue ricchezze, riconosce la totalità di Dio: «Tu sei tutto, ricchezza nostra a sufficienza». Ma c’è una qualità dell’esperienza di Dio in Francesco che colpisce particolarmente: «Tu sei quiete». Ricorda l’esperienza spirituale di un altro santo, a sua volta convertito, Agostino, che inizia le sue Confessioni esordendo: «Et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» («E inquieto è il nostro cuore fino a quando non riposa in te»). L’inquietudine è un tratto distintivo dell’essere umano, che può avere risvolti positivi, diventando azione, cambiamento, ricerca della verità e del bene (la fede stessa è inquietudine), ma ciò cui l’anima tende è la quiete, che fa dire a un altro mistico in azione, sant’Ignazio di Loyola (che aveva Francesco come punto di riferimento), in una lettera del 1555, che «l’ansietà e l’inquietudine di spirito non piacciono affatto a Dio», poiché «il Signore vuole che i nostri limiti e le nostre debolezze poggino sulla sua forza, sulla sua onnipotenza; Egli vuole vederci credere che la sua bontà può supplire all’imperfezione dei nostri mezzi». L’attualità del santo di Assisi, la sua profezia mai del tutto esaurita, ha una radice spirituale che lo porta a riconoscere Dio nel Creato e nelle creature, nella vita in ogni sua espressione, a piegare la sua volontà, i suoi affetti, la sua stessa identità per farsi strumento nelle mani del Signore, per lui e in lui diventato il tutto. Francesco che davanti al Crocifisso di san Damiano invoca: «Altissimo e glorioso Iddio, illumina le tenebre del cuore mio».
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di Vania De Luca


