Le ferite dell’ambiente

Quarant’anni dopo il disastro di Černobyl’, il rischio nucleare continua a incombere e a ricordarci le sue nefaste conseguenze ambientali e umane.
Mentre il dibattito internazionale torna ad accendersi sul programma nucleare dell’Iran e sui delicati equilibri geopolitici che lo circondano, il mondo ricorda una delle pagine più drammatiche della storia dell’energia atomica. In questi giorni ricorre, infatti, il 40° anniversario del disastro nucleare di Černobyl’. Era il 26 aprile 1986 quando l’esplosione del reattore numero 4, causata da errori di procedura durante un test di sicurezza, segnava un tragico punto di non ritorno. Quello di Černobyl’ è ritenuto il più grave incidente della storia, l’unico classificato al settimo e massimo livello della scala International nuclear and radiological event scale (Ines) con Fukushima. Si tratta dell’evento disastroso più costoso in assoluto, che per la sua gestione ha richiesto l’impiego di mezzo milione di persone e oltre 700 miliardi di dollari.
Il danno ambientale è stato enorme fin da subito: l’esplosione ha liberato nell’atmosfera una quantità di radiazioni pari a 400 volte quelle della bomba atomica caduta su Hiroshima. A dieci chilometri dall’impianto, un intero bosco di pini si è trasformato nella tristemente nota Foresta rossa, dove gli alberi, prima di morire, si sono tinti di un innaturale colore rossiccio e gli animali al pascolo sono deceduti in poche settimane. Dopo quattro decenni, l’eredità tossica continua a fare danni. Isotopi pericolosi e a lenta decadenza, come cesio-137, stronzio-90 e plutonio, si sono depositati negli strati superficiali del suolo venendo assorbiti da funghi e piante e raggiungendo così la catena alimentare dei residenti della zona. Numerosi studi hanno dimostrato che gli uccelli delle aree contaminate presentano tuttora estesi danni genetici, un forte stress ossidativo e un’allarmante riduzione delle dimensioni dell’encefalo che ne deprime capacità cognitive e prospettive di sopravvivenza. La contaminazione ha superato anche le frontiere. Basti pensare che oggi si trovano cinghiali con alto tasso di radioattività nei boschi tedeschi e che in Norvegia alcuni animali necessitano di mangimi speciali a causa delle piante radioattive di cui si sono cibati. Inoltre, i periodici incendi che ciclicamente colpiscono la zona boschiva coeva a Černobyl’ liberano nell’aria il pulviscolo radioattivo inglobato da alberi ed erba. Attualmente più di cinque milioni di persone vivono nei territori contaminati tra Bielorussia, Russia e Ucraina e in loro si riscontrano patologie connesse all’ansia e una maggiore predisposizione a sviluppare tumori tiroidei.
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di Marta Perrini


