L’Italia tra resistenza e disincanto

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Il 59° rapporto del Censis restituisce l’immagine di un’Italia attraversata da profonde tensioni: una società che invecchia e che resiste sul piano economico, ma convive con paura del declino, disuguaglianze crescenti e una diffusa crisi di fiducia nella politica, nella cultura e nei progetti collettivi. Tra vitalità latente e disillusione, il Paese affronta un’epoca segnata da incertezze globali e nuove forme di adattamento.

Alla fine di ogni anno viene pubblicato il rapporto realizzato dal Centro studi investimenti sociali (Censis), di cui nel 2025 è stata diffusa la 59ª edizione. È l’istantanea del nostro Paese così come emerge dai dati, dai sondaggi e dalle statistiche, la radiografia degli usi e delle abitudini, la dettagliata analisi e interpretazione dei principali fenomeni socio-economici e culturali, la loro proiezione nel panorama europeo e nel contesto mondiale. Un lavoro corposo, reso accessibile grazie a infografiche e numerosi materiali di sintesi. «Annualmente realizziamo un report e sappiamo di essere valutati per la fotografia che emerge, ma a noi interessa dare il senso del film, non fermarci all’immagine», afferma Giuseppe De Rita, sociologo e presidente del Censis, da lui fondato nel 1964 insieme a Pietro Longo e Gino Levi Martinoli. La prima ricerca pubblicata risale a tre anni dopo e descrive un’Italia in cui, alla vigilia del Sessantotto, «stava finendo il film delle appartenenze, dello stare dentro a culture collettive come quella ecclesiastica, comunista, democristiana, imprenditoriale. Scrivevamo che i ceti sociali stavano scomparendo e che diventava difficile ragionare in termini di scontro di classe, ma i tempi non erano ancora maturi per queste affermazioni e subimmo accuse di ogni genere», ricorda De Rita.
Tra le novità portate dal Censis, spesso in anticipo sul futuro, quella del ceto medio: «Lo abbiamo scoperto e raccontato, affrontando il disgusto di esponenti della cultura alta come Pier Paolo Pasolini, che ci accusava di dare importanza all’Italia peggiore. Se non abbiamo i casseur in strada come in Francia o le disuguaglianze presenti negli Stati Uniti è grazie al ceto medio che smorza le violenze. La classe media dimostra resistenza alle tante difficoltà giorno per giorno e questo non crea solo avvilimento, ma anche una nuova forza del sistema. Un tale accumulo di difficoltà preso singolarmente sembra un declino, se osservato in modo dinamico mostra, invece, un rafforzamento delle difese, una lotta per la vita che ha sempre caratterizzato noi italiani». E che sempre abbiamo dimostrato nella Storia, con la capacità di dare il meglio nei periodi più cupi. «La nostra società ha un tessuto tutto sommato sano che permette all’industria di reggere i dazi americani. Questo perché gli italiani vivono nel presente e lo affrontano. Molti altri Paesi non hanno questa abilità, tanto più necessaria nel contesto odierno in cui l’Europa sembra schiacciata tra Putin e Trump e appare ferma, in attesa di tempi nuovi».
Se il rapporto del 2024 tratteggiava una vera e propria «sindrome italiana», descrivendo la nostra nazione in una condizione di sostanziale equilibrio, senza incorrere in cadute rovinose nelle fasi recessive e senza compiere passi avanti nei cicli positivi, quello del 2025 descrive l’età che stiamo attraversando come quella «del ferro e del fuoco». Nel mondo a soqquadro il vero motore sono le dinamiche profonde dell’agire collettivo: «Antichi miti e nuove mitologie, paure ancestrali e tensioni messianiche, veementi fedi religiose e risorgenti fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, desideri di riconoscimento inappagati, suggestioni della volontà di potenza. Molti fenomeni del nostro tempo, che sfuggono alla pura razionalità economica, come le guerre, i nazionalismi, il protezionismo, non si spiegherebbero altrimenti. Il vitalismo irrazionale soppianta la fiducia ragionevole in un illuminato progressismo liberale», analizza il rapporto. «Ci siamo inoltrati in un’età selvaggia, di predatori e di prede. E il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. Perciò il 62 per cento degli italiani ritiene che l’Unione europea non abbia un ruolo decisivo nelle partite globali. Il 53 per cento crede che sia destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Il 55 per cento è convinto che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita e adesso appartenga a Cina e India. Il 39 per cento ritiene che le controversie tra le grandi potenze si risolvano ormai mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine. E il 30 per cento condivide una convinzione inaudita: le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi».

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrinin

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