La musica dell’inclusione

Si può fare band, gruppo musicale bresciano formato da persone con disabilità intellettiva, porterà il suo messaggio all’Onu il 9 giugno. Nato da un’idea del professor Davide Zubani, il complesso dimostra che l’arte sonora è davvero per tutti.

C’è una lingua che parla a tutti, senza barriere. Una voce che unisce invece di dividere, che accoglie invece di escludere. È la musica: arte universale, linguaggio senza confini, esperienza emotiva che scavalca limiti fisici e mentali. Ed è proprio grazie a questa forma d’arte che un gruppo di ragazzi con disabilità intellettiva ha trovato il modo di esprimersi, di emozionare, di volare alto. Fino a New York, fino al palco dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Loro sono la Si può fare band.
Tutto nasce dal cuore e da un incontro, quello tra Davide Zubani – allora giovane studente bresciano di psicologia – e Enrico Mantelli, un ragazzo con sindrome di Down. «Ho incontrato Enrico in un teatro dell’oratorio di Leno. Avevo 24 anni, mi sentivo un naufrago. Lui era lì, sul palco, e danzava. L’ho guardato per tre minuti e mi sono messo a piangere, come se mi dicesse: “Davide, stai tranquillo. Io mi sono realizzato così, anche tu ti realizzerai”». 
Quell’emozione si è trasformata in visione, poi in impegno. Nasce così l’idea di usare la musica non come terapia, ma come educazione artistica vera e propria. E nel 2018 Zubani fonda ufficialmente l’associazione Si può fare Aps. 
La proposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria. «Ho messo in piedi un laboratorio musicale», racconta. «Non si tratta di musicoterapia, ma di un corso di propedeutica musicale, in cui persone con disabilità possono vivere un’esperienza educativa e formativa guidata, finalizzata a far emergere i loro talenti e a far loro sperimentare la bellezza dello stare insieme suonando».
Il cuore del metodo è lo strumento più diretto che ci sia: la batteria. L’idea geniale? Scomporla e distribuirla tra più musicisti, ognuno con il suo pezzo, ognuno fondamentale. «Immaginiamo non un musicista che suona una batteria intera, ma uno che suona il tamburo, un altro il piatto, un altro ancora il charleston o il rullante e così via. In questo modo si allevia il carico cognitivo e si potenzia enormemente l’interazione: se non ascolto l’altro, se non mi relaziono, il ritmo non esiste».
Così, nota dopo nota, i ragazzi si sono scoperti musicisti, artisti, protagonisti. Dai laboratori ai concerti il passo è stato breve. «Suonare dà gioia, sì, ma anche autostima. Dà la sensazione di realizzare qualcosa. I concerti rappresentano l’evoluzione di questo gruppo», prosegue il fondatore. 
Si può fare band ha suonato in decine di contesti: teatri, festival, manifestazioni culturali e sociali. Ma anche in grandi eventi istituzionali, come l’Expo Aid (Associazione inclusione e disabilità), dove si è esibita per quattro anni davanti al presidente del Consiglio e alle autorità militari e civili. «In quel momento abbiamo capito che il gruppo stava facendo importanti passi avanti», continua Zubani.

Il seguito sulla rivista.

di Lucilla Perrini

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