La fatica della libertà e la nostalgia dell’Egitto

In questo tempo di Pasqua viene da chiedersi se siamo davvero disposti a passare dalla croce per arrivare alla resurrezione, se siamo capaci di attraversare il deserto pur di giungere alla terra promessa. O se, invece, come il popolo di Israele, quando le difficoltà si fanno più intense, quando le responsabilità sembrano sovrastarci, non mormoriamo anche noi rimpiangendo la schiavitù dell’Egitto. Eravamo servi, ma non morivamo di fame.
Forse è per questo che sempre di più si fanno avanti leader che promettono sicurezza. Che sono acclamati personaggi e politici che promuovono soluzioni che vorrebbero ridurre gli spazi democratici. Il dialogo visto come perdita di tempo, il confronto tra diverse posizioni inutile, lo scambio di idee e i controlli vissuti come farraginose burocrazie.
La libertà costa. La democrazia sembra far procedere le cose lentamente, perché prova ad avere il passo di tutti, anche di chi fa più fatica. Prendere decisioni interrogando la propria coscienza, in qualunque campo, dalla morale all’economia fino all’indirizzo di studio, è faticoso.
Il seguito sulla rivista.
di Annachiara Valle


