I monasteri, un’oasi per lo spirito

Un soggiorno invernale, anche breve, nel santuario della Verna o nell’abbazia di Monte Oliveto offre un prezioso ristoro per l’anima, che può immergersi in surreali silenzi e in spazi incontaminati.
Gennaio, il mese del freddo e della neve. Il periodo giusto per godere di un po’ di silenzio, lontano dal trambusto cittadino. Trascorrere qualche giorno, o anche solo qualche ora, in un luogo che esprima le caratteristiche migliori di “fratello inverno” è un ottimo antidoto alla dittatura di chat e Whatsapp.
L’Italia centrale si lascia attraversare con l’anima e con i piedi. E, per chi crede, con il rosario in mano.
In questa nostra idea, ci viene in soccorso la rivista National Geographic. Che, guarda caso, ha inserito i monasteri di questa zona della nostra penisola nella lista Best of the world.
Si tratta, in particolare, di due mete che i frequentatori dei ritiri parrocchiali conoscono bene: il santuario francescano della Verna, nei pressi di Arezzo, e l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore ad Asciano, in provincia di Siena. Destinazioni ideali per il turismo esperienziale, perché tra queste mura, avvolte dal fascino di una storia millenaria, si può vivere un soggiorno all’insegna della spiritualità.
D’altronde, ora et labora, il motto benedettino, è ancora praticato nei monasteri italiani ed europei. Oltre alla preghiera, c’è tempo per il lavoro nell’orto, per l’ospitalità diffusa (in alcuni casi quasi alberghiera), per la produzione di spezie, liquori, cioccolato, cosmetici. I monasteri sono davvero un’oasi per lo spirito.
Le camere delle comunità religiose citate, scrive il noto mensile, sono minimaliste, ma le esperienze non lo sono: ascoltare canti gregoriani, ammirare oggetti sacri e opere d’arte, meditare in un ambiente tranquillo infondono pace.
Il santuario della Verna è un luogo sacro incastonato nel cuore del Parco nazionale delle Foreste del Casentino, in Toscana. Famoso per essere il posto dove Francesco d’Assisi ricevette, il 17 settembre 1224, le stimmate, regala ai visitatori una connessione profonda con la natura. Incastonato in un ambiente di rara bellezza, il complesso monastico è composto dalla Chiesa Maggiore, con le belle opere dello scultore fiorentino Andrea della Robbia, e dalla piccola Chiesa di Santa Maria degli Angeli, anch’essa con bassorilievi di della Robbia. Opere d’arte rinascimentali, queste, che raffigurano scene sacre e simboli religiosi, creando un’atmosfera unica di devozione. C’è poi la suggestiva Cappella delle Stimmate. A proposito di queste ultime, scrive San Bonaventura, nella Leggenda maggiore: «A questa vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c’erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso, ma al mirarlo così confitto alla croce la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore. Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco. Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell’incàvo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie e dall’altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue».
Il santuario merita davvero una visita perché ci fa conoscere, attraverso il racconto iconografico perfettamente integrato nel luogo che lo ospita, la vita del santo con un linguaggio popolare.
Il seguito sulla rivista.
di Gianni Di Santo


