«Il mio esordio al cinema»

Foto AGF

Il regista Damiano Michieletto debutta con Primavera, tratto dal romanzo Stabat mater di Tiziano Scarpa. Un film in costume che racconta la storia di una rinascita attraverso la musica.

Venezia. Primi del Settecento. L’Ospedale della Pietà è un grande orfanotrofio, ma anche punto di riferimento per la musica. Le orfane talentuose vengono formate in una delle orchestre più rinomate al mondo. Cecilia (Tecla Insolia) ha vent’anni e trascorre le giornate al violino: ha un talento eccezionale, ma la sua arte è confinata all’interno dell’istituto, dove suona dietro una grata davanti a ricchi benefattori. La notte cerca la solitudine, scrivendo lettere a una madre mai conosciuta. La sua vita, da sempre imprigionata tra le mura del luogo che la ospita, sembra destinata a restare immutata, fino a quando un cambiamento non la scuote. Un nuovo insegnante, Antonio Vivaldi (un convincente Michele Riondino), sconvolge l’equilibrio dell’orfanotrofio. L’arrivo di Vivaldi le cambia la vita, aprendo nuove porte e nuove possibilità, portando con sé il profumo di una primavera che potrebbe finalmente liberarla.
Un canovaccio ispirato al romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Premio Strega 2009, edito da Einaudi), sul quale Ludovica Rampoldi e Damiano Michieletto hanno scritto il copione di Primavera, mirabile film in costume all’insegna del riscatto attraverso la musica. E se le note immortali di Le quattro stagioni fanno da sfondo alla storia, la vicenda di Cecilia resta quanto mai d’attualità: fino a quando una donna avrà bisogno dell’uomo per affermarsi?
«La storia narrata da Scarpa mi è subito parsa avvincente», spiega Michieletto, 50 anni appena compiuti, al debutto cinematografico dopo oltre vent’anni di acclamate regìe teatrali e liriche, «perché parla della mia grande passione per la musica (stavolta quella di Vivaldi, maestro del barocco) e della mia città, che tanto amo: Venezia. Un connubio speciale. Non poteva andarmi meglio per il primo vero approccio con il cinema». Nel suo curriculum, in realtà, figurano già altre pellicole, ma si tratta delle riprese filmate dei suoi spettacoli. Qui, invece, il regista veneziano libera la sua creatività davanti alla cinepresa, servendosi di bravi attori. Oltre a Insolia e Riondino, infatti, fanno parte del cast Stefano Accorsi, Valentina Bellè, Fabrizia Sacchi e Andrea Pennacchi. E non sembri strana l’uscita nei cinema di un film in costume settecentesco proprio nel giorno di Natale: la vicenda raccontata è in fondo una Natività, la nascita a nuova vita di una ragazza talentuosa.
«Era da tempo che coltivavo questo progetto, avevo in testa tutta la scansione musicale», confessa Michieletto. «Per me è stato come realizzare la regia di un’opera famosa: arrivo sul palcoscenico per le prove già con le idee chiare. Tutt’altra cosa rispetto a quando lavori su una novità e ti trovi fianco a fianco con l’autore. Come mi è successo la primavera scorsa alla Scala per la prima di Il nome della rosa, opera di Francesco Filidei ispirata al celebre romanzo di Umberto Eco. Non è stato facile creare qualcosa di personale dopo aver visto il bel film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery e Christian Slater, la serie tv con John Turturro e lo spettacolo teatrale di Stefano Massini. È stata una sfida».

Il seguito sulla rivista.

di Maurizio Turrioni

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