Il limite che ci rende umani

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Il dibattito sul fine vita va oltre eutanasia e suicidio assistito: riguarda il senso della cura, la proporzionalità dei trattamenti e la responsabilità delle scelte.

La morte di Laura Santi, che qualche mese fa si è autosomministrata il farmaco letale, ha riacceso le discussioni in Italia. La giornalista umbra è la nona persona che nel nostro Paese ha ottenuto il via libera al suicidio assistito. Esiste, infatti, una sentenza della Corte costituzionale che, in precise circostanze, depenalizza l’assistenza medica alla morte volontaria. Inoltre, ci sono due importanti leggi che regolano molti aspetti del fine vita. Un ambito più ampio di quello trattato nei dibattiti recenti, che si riferiscono a eutanasia e morte medicalmente assistita, ma che riguarda anche proporzionalità delle cure, relazione terapeutica, dialogo, senso del limite.
Alberto Giannini, responsabile del Comitato etico della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), oltre che direttore dell’unità operativa di Anestesia e rianimazione pediatrica dell’Ospedale dei bambini di Brescia, prova a fare chiarezza: «I media tendono spesso a compiere semplificazioni che a tratti diventano pericolose, perché banalizzano temi di grandissima complessità, che richiedono attenzione e lessico appropriato. Oggi, a differenza di un passato tutto sommato recente, la medicina è in grado di interferire con i processi del morire e siamo, di fatto, la prima generazione che si trova ad affrontare temi etici, oltre che clinici, che riguardano l’argomento. A fronte di questo, c’è il contesto: a livello nazionale si parla con difficoltà della morte e la letteratura scientifica italiana sul fine vita è veramente esigua. Inoltre, la medicina resta fortemente influenzata da orientamenti di carattere culturale e religioso».
Giannini che vent’anni fa è stato l’autore del primo studio sui processi decisionali di fine vita in Italia, ricorda che le normative in vigore nel nostro Paese sono ritenute tra le più avanzate in Europa. «La legge 38 del 2010 definisce la terapia del dolore e i trattamenti palliativi come elementi essenziali nella qualità delle cure e addirittura nell’accreditamento delle strutture sanitarie. Riconosce come un diritto di ogni persona malata che la sofferenza venga trattata. Una norma rivoluzionaria che, però, resta in gran parte non applicata», osserva. «La 219 del 2017, nota come legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), affronta altri due argomenti rilevanti: il consenso e la pianificazione condivisa delle cure. Due ottimi provvedimenti poco noti e sui quali c’è scarsa consapevolezza».

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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