Tra disillusione e sfide globali

I sistemi democratici sono sotto pressione tra astensionismo, populismi e regimi autoritari. Possono essere difesi solo da un’opinione pubblica consapevole e informata.
Lunedì 15 settembre si celebra la Giornata internazionale della democrazia, come stabilito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2007, per stimolare la riflessione e per ricordare che «non si tratta tanto di un processo quanto di un obiettivo». Oggi, in un momento in cui questo sistema politico risulta particolarmente in affanno anche in Occidente, se ne sente la necessità. In un mondo che fatichiamo a decifrare la democrazia pare non essere più un valore.
Considerata dai cacicchi di turno come un ferro vecchio o un necessario impiccio, è argomento di bruciante attualità. Tra i numerosi scritti sul tema nell’ultimo anno basti citare La nuova guerra contro le democrazie (Rizzoli 2024) dell’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari o La crisi del capitalismo democratico della firma di punta del Financial Times Martin Wolf, che spiega il rapporto ormai inestricabile tra sistema economico e politico. In Il nemico (Utet 2025) l’ex vicedirettore de Il Fatto Quotidiano Stefano Feltri analizza la figura di Elon Musk ed esplicita la minaccia che il tecnocapitalismo rappresenta per la democrazia.
Alla base di queste valutazioni vi è la pietra d’angolo del Democracy Index, un indicatore – redatto dal The Economist – che esamina la salute della democrazia in 167 Stati attraverso cinque categorie generali: processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzione del governo, partecipazione e cultura politica. In base a quanto emerge, i Paesi rientrano in una delle seguenti descrizioni: “democrazia completa” o “imperfetta”, “regime ibrido” o “autoritario”.
Gli esiti del report, fresco di pubblicazione, sono interessanti; nel 2024 solo il 45 per cento della popolazione mondiale vive in una democrazia, il 39 per cento sotto un regime autoritario e il 15 per cento in sistemi ibridi.
«Mentre le autocrazie sembrano guadagnare forza, le democrazie mondiali stanno faticando», ha scritto il responsabile dell’Index Joan Hoey, nel testo di commento. «Il fenomeno più evidente è quello di una disaffezione generale per le democrazie, cresciuta in tutto il mondo, dovuta alla mancanza di fiducia nei governi, alla scarsa efficacia con cui i rappresentanti politici affrontano i problemi dell’elettorato e da un deficit civico e di rappresentanza politica. L’effetto è un sentimento generale di disillusione per le istituzioni democratiche, che contribuisce a far crescere populismo, disimpegno politico e polarizzazione». Questo “malessere” si riflette anche nei dati del report, che l’anno scorso ha visto solo 37 Paesi migliorare il loro punteggio; dunque per 130 Stati sui 167 analizzati la qualità della democrazia è diminuita o è rimasta invariata.
In testa al rapporto, per il sedicesimo anno consecutivo, è la Norvegia, seguita da Nuova Zelanda e Svezia, Islanda, Svizzera, Finlandia, Danimarca, Irlanda e Paesi Bassi. Fanalini di coda Afghanistan e Myanmar. Tra i “regimi ibridi” troviamo Romania, Messico, Ucraina e Turchia; tra gli autoritari Cuba, Venezuela, Russia, Cina.
L’Italia si è quasi sempre classificata tra i più bassi dei grandi Paesi europei. L’anno scorso è scesa di tre posizioni rispetto al 2023, situandosi al trentasettesimo posto a causa del pessimo andamento di due dei cinque criteri dell’indice, ovvero cultura politica e libertà civili.
Il seguito sulla rivista.
di Marta Perrini


