Per un italiano senza errori

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Valeria Della Valle e Giuseppe Patota firmano il libro La lingua verde con consigli ed esercizi.

Esclusa da subito l’ipotesi fantascientica che il titolo La lingua verde (Rizzoli, pp. 304, € 22) alluda, in senso proprio, a una disavventura anatomica, dato che il sottotitolo orienta in direzione della lingua italiana, l’aggettivo comunque spiazza. Verde in che senso? Cromatico? Ecologico? Anagrafico? Ancor prima di aver cominciato a sfogliarne le pagine, il libro ha già innescato un gioco alla ricerca dei possibili significati, propri o metaforici, che l’italiano contemporaneo dà a questo colore: se non siamo alle cinquanta sfumature di verde, poco ci manca.
Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, rispettivamente professoressa associata di Linguistica italiana all’Università La Sapienza di Roma fino al 2014 e professore ordinario di Linguistica italiana all’Università di Siena, oltre che soci ordinari dell’Accademia della Crusca, di accademico hanno tutto, compresa la serietà, ma non la seriosità. Basta, infatti, scorrere l’indice per scoprire che la loro ultima fatica è irresistibile: è pressoché impossibile resistere alla tentazione di buttarsi a capofitto nei test con cui i due autori prendono all’amo il lettore, solleticandone la curiosità e, perché no?, la vanità.
Cominciamo dal colore verde: da dove nasce?
Della Valle: «Mentre a libro concluso meditavamo sul titolo, è venuta a tutti e due l’idea di questo colore, condivisa dalla casa editrice, per sfatare il mito dell’italiano lingua antica, piena di problemi, che qualcuno dice anche prossima alla fine per eccesso di inquinamento da altre lingue o per il cattivo uso che se ne fa. Ho suggerito qualcosa che evocasse un germoglio che va coltivato».
Patota: «Luca Serianni, autore della più autorevole grammatica italiana in circolazione, compagno di università di Valeria, tragicamente scomparso nel 2022, suggeriva, durante i corsi di formazione per insegnanti, di non correggere solo gli errori con la matita rossa e blu, ma di utilizzare anche la matita verde per sottolineare gli elementi positivi. Nel titolo c’è il suo ricordo».
Che cos’è il “dantino”?
Patota: «È la piccola icona del profilo di Dante che abbiamo messo come unità di misura per l’esito dei test che ci sono all’inizio del volume: un dantino per tre risposte corrette su 12, quattro dantini per 12 su 12. La parola “dantino” non è, però, una nostra invenzione: come anche “petrarchino” è attestata in italiano per indicare le edizioni tascabili di Dante, stampate da Aldo Manuzio nel Cinquecento».
Anche i linguisti giocano con i “dantini”?
Della Valle: «Magari sì, in segreto. Il libro è pensato non per specialisti, ma per un pubblico vario, figlio, forse nipote, del lettore di Ciliegie o Ciliege?, il nostro primo lavoro destinato al grande pubblico, pubblicato nel 2012. Volevamo che il nostro nuovo volume fosse facile da consultare per risolvere i dubbi, che anche i linguisti hanno, com’è ovvio che sia per una lingua composita, ricca di varianti».
Sbagliando si impara. Anche giocando?
Patota: «Certo, esiste persino una forma linguistica propria del gioco: il “facciamo che io ero” dei bambini si chiama “imperfetto ludico”. Il gioco è utilissimo per imparare: incentiva la curiosità, suscita il desiderio di superare l’avversario, aiuta a vincere la noia delle regole grammaticali».
Della Valle: «Aggiungerei che, non a caso, tanti quiz televisivi hanno come base giochi correlati alle parole e, infatti, alcuni nostri laureati hanno trovato lavoro proprio nelle redazioni di questi programmi».
Dopo 16 libri giocosi, molti libri seri e tre edizioni del dizionario Treccani a quattro mani, su Internet risultate sposati.
Patota: «In Google esce la domanda “Chi è il marito di Valeria Della Valle?” e viene fuori il mio nome. Da anni mia moglie, per strada con me, viene scambiata per la professoressa Della Valle, mentre Paolo, il marito di Valeria, viene preso per il professor Patota».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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