Pavia svelata tra mura e torri

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Nel 2025 si celebrano, con una mostra al Castello visconteo, i 500 anni della battaglia che cambiò l’Europa. Ma la città racconta molto di più:
ogni strada, chiesa o cupola conserva i segni del tempo, da Dante agli 883.

Come la Zaira di Le città invisibili di Italo Calvino, Pavia contiene il suo passato «come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole».
La si conquista, nella sua bellezza ritrosa, a tratti inconsapevole fino alla noncuranza, a piedi: millenni a portata di passeggiata. Seguendo i ciottoli, levigati dal Ticino, che rendono incerto il passo nei vicoli che la poetessa Ada Negri definiva «romiti», ci si immerge nel Medioevo del centro storico, diviso in quattro quadranti dalla croce del cardo (l’odierna Strada Nuova) e del decumano (i corsi Mazzini e Cavour), retaggio del castro romano. Le cinque pietre, sul pavimento della navata centrale della basilica di San Michele Maggiore, delicato e prezioso esemplare di romanico lombardo del VII secolo, segnano il punto che accoglieva il trono che vide, nel 1155, Federico Barbarossa ricevere la corona ferrea.
Dei due fatti storici più rappresentativi della città parlano le assenze. Del palazzo reale della capitale longobarda, dove tornò l’Ermengarda ripudiata dell’Adelchi manzoniano, non resta traccia: sopravvissuto per 250 anni alla caduta di re Desiderio, fu distrutto da una rivolta popolare nel 1024.
Della battaglia di Pavia del 1525, celebrata su SkyArte da Toni Servillo, evento che ha cambiato il modo di fare la guerra e spostato gli equilibri dell’Europa in età moderna, parla, ma indirettamente, l’ala mancante tra le quattro del Castello visconteo, eretto tra il 1360 e il 1365 per volere di Galeazzo II: l’hanno abbattuta i francesi nel 1527, per vendicare la sconfitta di Francesco I, re francese fatto prigioniero dalle truppe di Carlo V sul campo.
«I sette monumentali arazzi di Capodimonte disegnati e intessuti nelle Fiandre», racconta Mario Rizzo, membro del comitato per le celebrazioni dei 500 anni dalla battaglia, professore ordinario di Storia dell’economia all’Università di Pavia, «dove lavoravano i più famosi artisti tessitori, e poi donati nel 1531 a Carlo V, arriveranno tutti per la prima volta in città per la mostra Pavia, 1525: la città, le arti, la battaglia, dal 18 settembre 2025 al 20 gennaio, al Castello visconteo. A rivelare l’origine fiamminga degli artisti sono proprio i tetti raffigurati: troppo spioventi, in stile nord europeo, del tutto diversi da quelli delle case pavesi. Anche le molte stampe, che hanno quasi subito documentato l’evento, come segnaliamo nelle didascalie dell’altra mostra, multimediale (al Castello fino al 29 dicembre), contengono errori cronologici: in alcune la città assediata ha già le mura spagnole, costruite solo nel secondo Cinquecento».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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