Donne e lavoro, un gap italiano

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Guadagnano meno rispetto agli uomini, spesso non raggiungono le posizioni apicali e, con la pandemia, hanno perso più di frequente l’impiego. La regione Lazio ha proposto una legge per diffondere una cultura paritaria nelle imprese a cui, si spera, seguano analoghe normative a livello nazionale.

Arrivano ai vertici meno dei loro colleghi maschi. E, quando ci riescono, spesso vengono pagate di meno. Celebriamo un altro primo maggio, festa del lavoro, calcolando l’aumento della disoccupazione, che, durante la pandemia, ha colpito soprattutto le donne, e la disparità salariale, ancora tangibile a parità di mansioni. Gli ultimi dati dell’Istat dicono che la differenza di stipendi è, in media, del 6,2 per cento. La “forbice” si allarga al 17,7 per cento nel comparto privato e tra i dirigenti, dove una donna arriva a percepire mediamente il 27 per cento in meno dei colleghi di pari grado. Un problema molto italiano, quello del divario  occupazionale e salariale tra uomini e donne. Un gap che, se venisse colmato, dicono gli esperti, sarebbe da solo sufficiente a risollevare le sorti del Paese. A livello mondiale la parità di genere ha un impatto dell’ordine del 25 per cento sul Pil. In Italia ci accontenteremmo della metà. Negli ultimi vent’anni di passi in avanti ne sono stati fatti. L’ultimo rapporto sul tema presentato nell’autunno scorso in Parlamento ricorda che la nostra penisola è il Paese che ha registrato, in termini di uguaglianza di genere, i maggiori progressi nel periodo tra il 2005 e il 2017 a confronto con gli altri Stati dell’Unione europea, guadagnando dodici posizioni (ora è quattordicesima).  «Tuttavia», si legge nel documento, «il Paese rimane ultimo in termini di divari sul lavoro: le donne hanno meno possibilità di occupazione, diversità dei redditi e stipendi inferiori». Dalla relazione è emerso che il reddito medio delle donne rappresenta circa il 59 per cento di quello degli uomini a livello complessivo. «Queste evidenze sulle disuguaglianze di genere nei redditi», aveva spiegato in assemblea l’allora sottosegretaria al ministero dell’Economia Cecilia Guerra, «quando non derivanti da vere e proprie discriminazioni sul mercato del lavoro a scapito delle donne, sono in ampia parte il riflesso della “specializzazione” di genere tra lavoro retribuito e non retribuito, in virtù della quale le donne accettano più frequentemente retribuzioni inferiori a fronte di vantaggi in termini di flessibilità e orari».

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Thomas Bendinelli

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