Il poeta delle piccole cose

A 110 anni dalla scomparsa, un ricordo di Giovanni Pascoli, che nei suoi versi ha cantato la vita agreste, evocando anche la paura, la precarietà, la morte. E dimostrando, così, una straordinaria attualità.

Una vita infelice con la consolazione della poesia e della natura. Il peso della solitudine e il trauma di una famiglia distrutta in pochi anni. Si potrebbe sintetizzare in queste poche righe l’avventura umana di Giovanni Pascoli, dalla cui morte, avvenuta il 6 aprile 1912, sono trascorsi 110 anni. Di questo poeta, uno dei più grandi della tradizione del nostro Paese, spesso oscurato da autori considerati più moderni, tutti conosciamo qualche verso: il «gre gre di ranelle», il mondo «atomo opaco del male», la struggente invocazione alla «cavallina storna».
Nato nel 1855 in una famiglia benestante, quarto di dieci figli, Pascoli termina improvvisamente la sua infanzia a 12 anni, quando il padre viene ucciso in un agguato. Nel giro di qualche tempo la famiglia, ormai caduta in povertà, si disgrega a causa di altri lutti: la madre, una sorella e due fratelli. 
Il giovane Pascoli riesce a completare la propria formazione grazie a una borsa di studio, diventa allievo di Giosuè Carducci, aderisce ai movimenti anarco-socialisti, per i quali finisce in carcere con l’accusa di attività sovversive e subisce un processo nel quale verrà poi assolto. 
Dopo la detenzione abbandona l’impegno politico e attraversa un periodo difficile, in cui medita il suicidio, da cui riemerge grazie agli studi. Si laurea e viene nominato professore di latino e greco nei licei di Matera, Massa e Livorno. Con la composizione di un poemetto, nel 1892 vince la medaglia d’oro al Concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam. Ne otterrà altre dodici negli anni successivi.

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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