Quando la morte non faceva così paura…

In passato vissuta come un evento naturale e comunitario supportato da rituali collettivi, oggi viene spesso individualizzata e medicalizzata generando solitudine e angoscia. Eppure, ci ricorda il significato della memoria, il valore delle relazioni e, in particolare, l’incontro personale con l’Eterno.
Fino all’avvento della modernità industriale, la morte faceva parte della quotidianità ed era integrata nel ciclo della vita. Era un evento naturale, spirituale e comunitario, vissuto con accettazione e familiarità. Per questo non faceva tanta paura.
Nei tempi passati, non solo in Italia ma in gran parte della civiltà occidentale tradizionale, non veniva vissuta con il terrore paralizzante o come il tabù rimosso che caratterizza l’epoca contemporanea. L’antropologo Ernesto de Martino (Morte e pianto rituale) e il saggista Philippe Ariès (L’uomo davanti alla morte) hanno definito questo fenomeno storico come l’epoca della morte «addomesticata». Semmai la paura era dovuta al timore di una morte «cattiva» (improvvisa, senza sacramenti o senza eredi), ma non alla morte in sé, che era considerata semplicemente l’ultima stazione del viaggio umano.
Una volta non si moriva mai da soli: le persone avvertivano l’arrivo della propria fine. Ci si preparava a letto, circondati da parenti, amici, vicini e anche bambini. Non era un evento privato, ma un fatto sociale.
Il dolore per la perdita di un proprio caro veniva canalizzato attraverso rituali collettivi rigidi (veglie funebri, cortei, abiti neri, a volte banchetti in memoria). La comunità si faceva carico del lutto, aiutando i familiari a superare il trauma. Contribuiva occupandosi dei compiti quotidiani, come preparare i pasti, per sollevare la famiglia da qualsiasi incombenza materiale.
Nella società contadina e patriarcale l’individuo valeva in quanto parte della famiglia e della collettività. Quando una persona moriva, la stirpe e il paese continuavano a esistere. La morte non decretava la fine di tutto, perché ciò che contava davvero (la terra, il cognome, le tradizioni, il raccolto) sopravviveva nei figli e nei nipoti.
La morte era poi fortemente legata alla dimensione religiosa e teologica (i Novissimi, ovvero i quattro momenti ultimi secondo l’escatologia cattolica: morte, giudizio particolare, inferno, paradiso). Il morente raccomandava la propria anima a Dio, faceva testamento e riceveva gli ultimi sacramenti. C’era una fiducia nella vita eterna o nel transito attraverso il Purgatorio.
La memoria del defunto era strettamente legata alla dottrina del Purgatorio. Si credeva che i vivi potessero accorciare le sofferenze delle anime dei loro cari attraverso le preghiere e le buone azioni. Perciò, nei testamenti, pensando alla salvezza della propria anima, si lasciava al legatario un contributo per celebrare delle messe per il de cuius, per i suoi parenti defunti e spesso anche per defunti sconosciuti in Purgatorio. Di questo restano tracce visibili anche in un piccolo affresco che si trova sulla cantoria della chiesa di Santa Maria Nascente a Cagnatico, frazione di Odolo (in Valle Sabbia, provincia di Brescia). I penitenti soffrono e una scritta chiama i fedeli a una riflessione: «Oggi a me, diman a te. Quel che tu sei io fui, quel che io son sarai. Pregate Dio per l’anime purganti che gridano: “Abbiate misericordia di noi”».
Più avanti nel tempo, ecco nel Nord Italia – nel Bergamasco, Bresciano e nel Veronese – i Sacri Tridui: una maestosa macchina illuminata da centinaia di candele, di forte impatto emotivo, compariva nella chiesa buia dove la folla per tre giorni consecutivi intonava preghiere per tutti i defunti del Purgatorio. La luce nelle tenebre rappresentava simbolicamente la speranza di fronte al mistero della fine terrena. A questo proposito era assai diffusa a Odolo, già nei primi anni del Novecento, l’abitudine di recarsi al cimitero nel giorno dei morti e dei santi con lanterne di carta colorata per ornare le tombe dei propri cari.
Sempre nel paese valsabbino, a seguito dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, dovendo spostare per motivi igienico-sanitari le sepolture fuori dalle mura cittadine, gli abitanti, rispettosi dei resti mortali rinvenuti nelle chiese, avevano ricavato sul muro settentrionale della chiesa parrocchiale un ambiente suggestivo, popolarmente chiamato in dialetto bresciano el Camarì dei morc’ (la stanzetta dei morti), le cui pareti ospitavano a vista i resti delle esumazioni. Sul frontone della cappella, a monito spirituale dei passanti, la scritta comune a molti ossari e memento mori della tradizione cattolica: «Io ero come tu sei / tu sarai come sono io / pensa a questo e va con Dio». Era un luogo di sosta e preghiera per i morti anche se sconosciuti e di richiesta della loro intercessione in caso di alluvioni o siccità.
Del resto, il rispetto dei corpi è un principio antichissimo che affonda le radici nelle origini stesse della civiltà umana. Basti pensare che le prime sepolture risalgono al Paleolitico. Per la dottrina cattolica e la sensibilità occidentale, il corpo ha una dignità intrinseca che va custodita anche dopo la morte. Questo storico ossario è rimasto intatto a testimoniare la familiarità della comunità con i defunti fino agli anni Sessanta.
La morte non era un fatto privato neanche nel Sud Italia. Anche qui tutta la comunità partecipava al lutto per «addomesticare» la sofferenza, in maniera forse più teatrale che al Nord. In molte zone (studiate a fondo da Ernesto de Martino) si ingaggiavano le prefiche (o chiagnazzare), donne pagate per piangere e urlare in modo ritmico e rituale: questo aiutava i parenti a canalizzare il dolore.
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di Lucia Pasini e Mariuccia Mascadri


