Genitori a scuola di social

Vietare i social agli adolescenti non basta. Occorre educarea un uso più consapevole, magari ribaltando i ruoli.
Eravamo rimasti, il mese scorso in questa rubrica, alla promessa che avrei sondato meglio le caratteristiche del “nemico” che padri e madri si trovano ad affrontare: l’uso invasivo che i giovanissimi (quasi tutti) fanno dei social. In alcuni Paesi, come Francia e Australia, i governi sono arrivati a vietarne l’uso al di sotto di una determinata soglia di età, di solito sedici anni. Insomma, è stata accolta una tesi: usarli per ore e ore può fare molto male ai giovani ancora in formazione cognitiva ed emozionale. I cervelli sono plastici e si modellano soprattutto quando di un oggetto si fa un uso «matto e disperatissimo». La citazione non è per suscitare un sorriso, anzi. Il giovane Giacomo Leopardi ricordava che le sue letture, oltre a dargli piacere, erano anche il frutto di un tentativo di porre rimedio alla solitaria (e dolente) esistenza che la sua famiglia, in particolare il severissimo padre, gli infliggeva. «Non vorrai mica paragonare gli studi leopardiani all’uso dei social da parte degli adolescenti», dirà qualcuno indignato. Certo, ma non è questo il punto. Occorre ricordare che, da sempre, gli adolescenti tendono agli eccessi e che, oggi più che mai, avrebbero bisogno di essere educati alla misura e al governo di sé stessi. Un compito al quale spesso i genitori vengono meno.
Il tema è importante, ma non bisogna allarmarsi né trincerarsi dietro deresponsabilizzanti divieti (peraltro facilmente aggirabili).
Il seguito sulla rivista.
di Vittorio Sammarco


