Il primo poeta italiano

Con il Cantico delle creature, Francesco inaugura la letteratura in volgare. Il filologo Pietro Gibellini racconta la modernità dei suoi versi e la loro influenza sui posteri, da Dante a D’Annunzio.
Che Francesco d’Assisi sia considerato dalla critica il primo poeta della letteratura italiana è ormai un fatto assodato: tutte le antologie assegnano al Cantico delle creature il ruolo di capostipite della poesia in volgare (inteso come lingua italiana delle origini, discesa per via popolare dal latino e già distinta da quest’ultimo). Proprio a San Francesco poeta ha appena dedicato, per Ronzani editore, una raccolta di saggi il filologo Pietro Gibellini, convinto che le celebrazioni abbiano un po’ trascurato questo aspetto del santo, così importante anche per i laici.
Professor Gibellini, a che cosa si deve questo posto di preminenza?
«Prima del 1224 ci sono solo documenti di poesia d’occasione di modesto valore espressivo. Francesco, invece, dà inizio alla poesia con la P maiuscola, con il primo salmo cristiano, il primo testo firmato, peraltro, in volgare: un unicum, perché tutti gli scritti autenticamente francescani pervenuti a noi sono in latino, a parte Audite poverelle, un invito alle suore clarisse che, però, è un messaggio morale, non un testo poetico. In ogni caso è importante perché indice della modernità di Francesco rispetto alla concezione della donna nel Medioevo».
Che cosa ci fa dire che il Cantico è poesia e non solo preghiera?
«San Francesco si ispira soprattutto al salmo 148 e al Cantico dei tre fanciulli nella fornace del libro di Daniele: ne riprende la struttura, ma nel contempo lo cambia, aggiungendo i versi che riguardano le entità morali e il perdono e che rivelano l’altra ispirazione: il Discorso della montagna. Mentre la fonte dell’Antico Testamento celebra solo l’onnipotenza del creatore e la ricchezza del Creato di conseguenza, Francesco ne loda, invece, la bontà perché cristiano, ma anche la bellezza perché poeta: l’aggettivazione che esprime la bellezza oltre all’utilità è tutta francescana».
Dante nel Paradiso fa di Francesco un ritratto memorabile. È anche fedele?
«In realtà è un po’ fazioso: lo presenta attraverso una metafora solare, segno che conosceva il Cantico, ma incentra tutto sulla povertà, tacendo dell’umiltà: ne esalta il carattere forte perché ammira la ribellione verso il padre, ma sminuisce la missione in Oriente come fosse una sconfitta, perché Dante non crede alla persuasione nei confronti dell’Islam: finisce, insomma, per raccontare solo la parte di Francesco che condivide».
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di Elisa Chiari


