Il ritorno di Sandra Hüller

Dopo il successo di Anatomia di una caduta e La zona d’interesse, l’attrice tedesca torna protagonista in Fatherland, film che intreccia le ferite della Germania e un intenso dramma familiare.
Per molti critici, presenti a maggio sulla Croisette, è stato il film più emozionante tra quelli in vetrina al Festival di Cannes. Più ancora del pur bello Fjord, del rumeno Cristian Mungiu, vincitore della Palma d’oro. In Fatherland il regista polacco Pawel Pawlikovski ha infatti saputo mescolare, fluidamente, valori alti (capaci d’interrogarci sul ruolo morale della politica e dell’arte), sentimenti familiari contrastanti e la visione storica di un difficile momento di passaggio, rivelatore della crisi mondiale che stiamo ancor oggi attraversando. Insomma, una piccola vicenda umana che si fa specchio di cose più grandi.
Fatherland (nei cinema il 15 ottobre) è il racconto quasi biografico del viaggio, tanto doloroso quanto necessario, che nell’estate del 1949 viene intrapreso, in una Germania ancora prostrata moralmente e fisicamente dal dramma della guerra, dallo scrittore Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929 grazie a romanzi come I Buddenbrook, La morte a Venezia, La montagna incantata. Una vera celebrità, allora, non solo per i tedeschi. Ma anche uomo discusso e tormentato, sia per i complessi affetti familiari (il difficile rapporto con la moglie e i sei figli) sia per la scelta coraggiosa di rifiutare il nazismo andandosene esule in Svizzera nel 1933 e poi negli Stati Uniti nel 1938. Pur forte della cittadinanza americana, sente una sorta di senso di colpa, come se avesse abbandonato il suo popolo al tragico destino. Occasione del viaggio, i 200 anni dalla nascita di Wolfgang Goethe.
Accompagnato dalla figlia maggiore Erika (pure lei scrittrice, in polemica col padre per la sua severità, specie nei confronti del secondogenito Klaus, omosessuale fallito che vive tra gli ozi in Costa Azzurra), Mann prepara con cura il discorso da fare a Francoforte: esaltando gli ideali del romanticismo esorta i tedeschi a ritrovare i valori della loro cultura, a fare mea culpa per il nazismo, ma a restare uniti per una vera rinascita. Agli alti ufficiali, ai diplomatici e ai giornalisti americani interessa invece solo che la presenza di Mann suoni approvazione agli occhi del mondo.
Mentre Erika partecipa al ricevimento, disgustata dalla presenza di persone un tempo compromesse col nazismo (a cominciare dal suo ex marito), lo scrittore decide di proseguire in auto il viaggio fino a Weimar in Germania Est, dove è stato invitato dai russi con identiche mire. La berlina nera, scortata prima dai militari statunitensi e poi dai sovietici, attraversa strade soffocate dai ruderi, scivola tra persone in preda agli stenti. Le macerie della guerra, il lutto, il dolore. Mann ripete l’appassionato discorso, ma capisce che Est e Ovest sono inconciliabili. Sarà guerra fredda.
Il seguito sulla rivista.
di Maurizio Turrioni


