La vita oltre il manicomio

Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale della salute mentale. Nel 1978 la legge 180, nota come legge Basaglia, chiuse i manicomi nel nostro Paese: restava, per molti, la ferita degli anni trascorsi dentro le mura. Giovanna è stata testimone del passaggio dall’ospedale psichiatrico di Brescia alla libertà.
Oggi – in un momento in cui si sta mettendo in dubbio quella che è stata considerata dallo storico inglese John Foot «l’unica vera rivoluzione compiuta in Italia» e alcune pratiche coercitive, come l’elettroshock, sono tornate in auge – le sue parole e la sua storia non devono essere dimenticate. «Entrai in istituto da piccola: avevo sette anni», ricorda Giovanna. «L’unica mia colpa era essere una bambina iperattiva. Mia madre non mi voleva: mi aveva avuto da una relazione precedente al matrimonio con l’uomo che sarebbe poi diventato il mio patrigno e il padre dei miei dieci fratelli. Ricordo che un giorno la suora mi trovò in tasca una biglia, che mi aveva regalato mio fratello: era il mio unico gioco. Mi chiuse in uno stanzino buio, poi mi legò al calorifero con una catena per giorni. Da allora, quando chiudo gli occhi, sento sempre il rumore di quella catena».
A 12 anni, il primo ospedale psichiatrico a Bergamo, poi un secondo, a Brescia. «Intorno a me c’erano donne sfatte che sembravano fantasmi, tutte vecchie, infagottate in un’orribile divisa di tela a righe», prosegue. «I giorni e le notti erano un incubo: mi legavano al letto, alla comoda, alle panchine in cortile. Il cibo era un pastone, che includeva le pillole triturate che ci rendevano grasse e intontite tutto il giorno. Il martedì, il giovedì e il sabato erano i giorni dell’elettroshock: se urlavo, mi attorcigliavano un lenzuolo intorno alla testa. Avevo paura, sempre».
Per altri 12 anni Giovanna rimase nel manicomio bresciano, nel reparto Bambine.
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