Cara direttrice, le dico che…

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Gentile direttrice (o direttore, dipende): si aprono spesso così le lettere che alcuni lettori inviano ai giornali e che naturalmente non possono passare per articoli di giornalisti. Ma non è questo il caso.
Qui provo a dialogare con chi dirige questa rivista, che a marzo ha scritto un bell’editoriale che avrebbe potuto essere pubblicato in questa rubrica. Però, no, per favore, «i padri peluche» proprio non riesco ad accettarli. Figuriamoci il termine «mammo», ormai abusato, che indica quel modo di essere che ibrida le identità, confonde, mescola e alla fine non offre alcun valore. Specialmente a coloro che, proprio dai riferimenti certi, dovrebbero acquisire elementi per costruire la propria identità.
E, quindi, capisco le ragioni per cui la direttrice Annachiara Valle ha calcato la mano su questa (come chiamarla? evoluzione, evaporazione?) figura di padri senza più spina dorsale, fragili e incapaci di dare regole, grazie alle quali i ragazzi (anche senza il bastone e la cinghia di un tempo) possano crescere accompagnati da una necessaria autorevolezza (che non è autoritarismo).
Obiettivo condivisibile, ma mi permetto di dissentire, da padre.
Nei linguaggi usati oggi e in cui ci imbattiamo quotidianamente, c’è molto odio, machista e vendicativo, sul quale si costruiscono le matrici identitarie dei giovani virgulti: i buoni vengono tacciati come buonisti, la carità è diventata ipocrita, le donne, scusate il termine, sono forti se hanno gli attributi e così anche i padri vengono svalutati se si mostrano vulnerabili. Cioè se piangono e si commuovono, se sono teneri, gentili, se perdonano, se hanno misericordia per i poveri, se si lasciano andare alla risata e al gioco.

Il seguito sulla rivista.

di Vittorio Sammarco

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