Cannes, film dopo film


Di rado capita che critici e addetti ai lavori siano così concordi con il Palmarès del Festival di Cannes. A cominciare dalla Palma d’oro a Fjord del cineasta rumeno Cristian Mungiu (la sua seconda dopo quella vinta nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni). Quest’anno infatti la giuria, presieduta dal regista coreano Park Chan-wook (e composta, tra gli altri, da Stellan Skarsgard, Demi Moore e Paul Laverty, l’autore scozzese alter ego del maestro Ken Loach), ha resistito alla tentazione di verdetti bizzosi, com’era a volte accaduto nelle scorse edizioni. E ha saputo scansare le trappole messe a bella posta sul suo cammino dal direttore artistico del festival, Thierry Frémaux. C’era il rischio che il capo coreano della giuria premesse per dare un premio a Hope del connazionale Na Hong-jin, film che ha sollevato un certo clamore: una storia di fantascienza, ambientata in un villaggio della Corea del sud confinante con la frontiera del nord, in cui si verificano disastri e delitti senza che il poliziotto locale riesca a individuarne le cause. La sequenza iniziale, lunga un’ora esatta senza pause, è di un’assoluta maestria: il protagonista insegue invano la misteriosa minaccia senza che questa si riveli, crescendo però via via di intensità e suspense. Un film che andrà bene al botteghino, ma che forse non meritava di essere addirittura in concorso. Infatti, la giuria l’ha ignorato malgrado i rumors festivalieri. L’altra trappola poteva essere rappresentata dalla voglia di premiare il cinema francese, un po’ perché massicciamente presente nella competizione (ben sette titoli sui ventidue al nastro di partenza) e un po’ come ringraziamento per la perfetta organizzazione dell’ennesima edizione monstre. I giurati si son tratti d’impaccio dando il premio per la sceneggiatura a Emmanuel Marre per Notre salut, film di un fluviale minimalismo che racconta ascesa e caduta di un piccolo burocrate del governo di Vichy, impegnato a far carriera compiacendo il maresciallo Petain e gli occupanti nazisti, senza rendersi conto della portata atroce della sua contabilità ai danni degli ebrei deportati. Oltre due ore e mezza, flagellate dalla voce fuori campo, per denunciare una volta di più la banalità del male. I giornalisti francesi (dimostrando quanto il collaborazionismo coi nazisti sia ancora un nervo scoperto) gridavano al miracolo pronosticando chissà quale premio. Invece. A ciò si aggiunga il premio per la migliore interpretazione femminile andato, a pari merito, alla star transalpina Virginie Efira e alla giapponese Tao Okamoto, affiatate coprotagoniste di Soudain. Problema risolto.

Accontentati i cugini d’Oltralpe (solo titolo degno di nota è stato La Vénus éléctrique di Pierre Salvadori, film di apertura ma fuori concorso), la giuria ha premiato, in un modo o nell’altro, le pellicole più apprezzate dagli addetti ai lavori. Migliore interpretazione maschile a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, coprotagonisti di Coward (Codardo) del talentuoso belga Lukas Dhont: dramma ambientato nelle retrovie della Grande Guerra dove due giovani, pur lontani dalla prima linea, sono travolti dall’orrore a furia di raccogliere feriti sul campo di battaglia e seppellire cadaveri. Uno è sarto, cuce costumi, drappeggia, ama il teatro e coinvolge l’amico e altri commilitoni in uno spettacolo per risollevare il morale. Mentre la guerra precipita, gli ufficiali invitano la sgangherata compagnia a tenere repliche lungo il fronte. Per i due la possibilità di scansare le pallottole e dare sfogo a un sentimento omosessuale tenero e intenso. Ma il clangore delle armi incombe… Il premio per la regia è andato ex-aequo al duo spagnolo Javier Ambrossi e Javier Calvo, autori de La bola negra (un riferimento al romanzo incompiuto di Federico Garcìa Lorca per narrare ancora, negli anni ’30, l’attrazione omosessuale tra un combattente repubblicano e un soldato franchista) e al cineasta polacco Pawel Pawlikovski per il bellissimo Fatherland: cronaca del ritorno a casa nel 1949 del Nobel per la letteratura Thomas Mann, fuggiasco dalla follia nazista, in una Germania ancora prostrata dalle rovine, materiali e morali. In appena 82 minuti, girati in un meraviglioso ed evocativo bianco e nero, c’è tutto: la storia, l’arte, i dilemmi valoriali, la tragedia familiare (lo scrittore è accompagnato dall’intelligente figlia Erika, mentre l’altro figlio Klaus si suiciderà a Cannes proprio in quei giorni). E la politica, perché se gli americani lo hanno invitato a ritirare il premio Goethe a Francoforte per sostenere la nuova Germania a ovest, i russi fanno altrettanto a Weimar per ribadire l’ideale socialista a est. Mann lotterà con tutte le sue forze per chiedere ai tedeschi di farsi carico delle colpe ma di restare uniti, recuperando i valori e gli ideali migliori. Invano. Il film di Pawlikowski (interpretato da un meraviglioso Hanns Zischler e da Sandra Huller, già premiata a Cannes tre anni fa per Anatomia di una caduta) avrebbe meritato maggiori riconoscimenti. Certo più di The dreamed adventure della tedesca Valeska Grisebach, a cui è andato il Prix du Jury, ossia la medaglia di bronzo: film dall’ostentato neorealismo balcanico sul microcosmo che gravita ai confini tra Bulgaria, Grecia e Turchia. Un mix tra post comunismo e immigrazione clandestina, malavitosi e povera gente, facce rugose e giovani alienati.

Azzeccati invece i due allori maggiori anche se, a nostro giudizio, sarebbe stato più efficace invertirne l’odine. Il Grand Prix, ovvero la medaglia d’argento di Cannes, è andato al regista dissidente Andrey Zvyagintsev per Minotauro, noir teso ed elegante ambientato in una città russa di provincia dove un industriale scopre il tradimento della bella moglie, mentre sullo sfondo echeggia la guerra in Ucraina (che offrirà al colpevole un’insperata via di fuga). Felice sul palco del Grand Théatre Lumière, Zvyagintsev non ha perso l’occasione per lanciare il suo accorato appello per la pace: “Il massacro in Ucraina deve finire”, ha esclamato con fermezza, “e l’unica persona che può farlo è Putin”. Applausi, che si sono prolungati fino alla proclamazione della Palma d’oro assegnata a Fjord di Cristian Mungiu. Un film freddo, cupo, intenso non solo perché ambientato in una cittadina norvegese sperduta in un gelido fiordo, ma per il difficile clima umano che racconta. Dietro all’apparente cordialità con cui la comunità accoglie i nuovi arrivati (la famiglia Gheorghiu composta dal padre Mihai ingegnere rumeno, la madre Lisbet infermiera norvegese e cinque figli in età dall’adolescenza al lattante) si nasconde infatti la rigidità della nuova morale dettata dal politically correct. Nell’avanzata società scandinava non si scherza con abusi e violenza sui minori e proprio di questo, per una serie di tragici equivoci, vengono accusati i genitori immigrati. Al di là dei lividi sulla pelle della figlia adolescente, Elia, a metterli sotto accusa è la loro appartenenza alla chiesa cristiana evangelica, propugnatrice di valori conservatori in conflitto con quelli progressisti e laici dei norvegesi. Incredibile a dirsi, padre e madre dovranno difendere in tribunale non solo la loro patria potestà ma la pari dignità della loro cultura d’origine. Drammatica dimostrazione di come una certa presunta moderna libertà possa finire per trasformarsi nel nuovo oppressivo conformismo.

A bocca asciutta è rimasto Pedro Almodòvar, che a Cannes ha vinto tanti premi minori (e a Venezia addirittura il Leone, due anni fa, per La stanza accanto) ma non è mai riuscito ad alzare la Palma d’oro. Giusto così: o tutto o niente. E’ stata infatti una scommessa, quella di portare sulla Croisette Amarga navidad (Natale amaro). La storia del regista Raul, in crisi, che comincia a scrivere una nuova sceneggiatura raccontando di una regista, sua alter ego, che attraversa lei stessa una crisi professionale e umana. Estremo tentativo di ritrovare l’ispirazione attingendo alla propria biografia. Sullo schermo si alternano così realtà e finzione, in uno stanco ripetersi di cliché tipici di Almodòvar che lo spettatore ben conosce. Dopo un’ora e mezza, però, il colpo di scena: la storica assistente Monica litiga furiosamente con Raul accusandolo di aver rubato, sulla carta, la sua vita e quella di tante persone attorno a lui senza rispetto né ritegno. Perché l’artista cannibalizza la realtà. Raul si difende e attacca a sua volta quella banda di parassiti. Ma lo scontro verbale, bellissimo, è di una tale asprezza da obbligarlo a mettersi di fronte a sé stesso, costringendolo a guardarsi attraverso gli occhi di un altro. Con lo slancio crudele di quando era alle prime armi, Raul capisce e si rimette a scrivere la stessa storia ribaltando il punto di vista: adesso sarà Monica a raccontare chi è lui! E il titolo internazionale, Autofiction (invece della classica autobiografia), la dice lunga sulla sincerità con cui Almodòvar mette a nudo la sua umanità. Abbiamo incrociato il regista spagnolo sulla Croisette, raccontiamo l’incontro sul numero di giugno di Madre. Film da vedere e intervista da non perdere.
di Maurizio Turrioni


