Il difficile “mestiere” di mamma

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In occasione della festa, una riflessione sull’essere donne e madri oggi. Al crocevia tra professione e lavoro domestico, tra performance da raggiungere e attività di cura. Con la consapevolezza che alcuni passi sono stati compiuti, ma molti altri restano ancora da fare.

Ho 38 anni, una figlia di cinque e un figlio di quasi tre, eppure da giorni guardo il pc e non riesco a cominciare questo articolo. Sono settimane che intervisto mamme con uno, due o cinque figli, sposate o meno, psicologhe, psicoterapute e che mi documento leggendo i dati dell’Inps e dell’Istat. La fatica di descrivere una situazione che, nonostante le differenze di contesto, mi accomuna a migliaia di altre donne in Italia – e ci accomuna tutte – è di per sé stessa eloquente.
Nel tempo di una sola generazione è cambiato il mondo e le donne proseguono il proprio cammino di emancipazione. Lo dimostrano i numeri: sono più le laureate dei laureati e, a oggi, quasi il 54 per cento delle donne in età lavorativa ha un impiego. Come sempre, però, ogni cifra va interpretata ed è qui che casca l’asino. Così scopriamo che, a fronte delle occupate di cui sopra, vi è oltre il 71 per cento di lavoratori maschi, che hanno un salario superiore del 25 per cento rispetto al nostro e che sfiora il 45 per cento in età pensionistica. Emerge un panorama desolante, un Paese in cui il compito dell’accudimento spetta ancora in maniera quasi esclusiva alle donne, che ne risentono professionalmente. E poco cambia se, finalmente, i papà di oggi sono più coinvolti e riconosciuti nel loro fondamentale ruolo. Come ha dichiarato la scrittrice (e madre) Silvia Avallone, «noi donne continuiamo a essere meno libere, invitate a declinarci ancora secondo l’archetipo del sacrificio e a rimanere nelle retrovie – più tempo a casa, meno voce in capitolo nella società, stipendio inferiore, ruoli minori. Specularmente, gli uomini restano indietro sul terreno della cura», con reciproca perdita di valore. In questo modo, «figli e figlie crescono in famiglie dove la madre può fare un passo indietro, mentre i padri no». Prova ne è la bocciatura alla Camera dei deputati, avvenuta qualche mese fa e senza troppo clamore, della proposta di legge che prevedeva l’estensione ai padri del congedo di paternità obbligatorio a cinque mesi, non solo un tempo, ma «un simbolo culturale potentissimo». Se l’intera cura resta sulle spalle delle donne, il numero di figli non potrà che diminuire, anche perché queste ultime – ora istruite e con un lavoro – spesso non sono disposte a rinunciare alle proprie aspirazioni professionali. A differenza di qualche decennio fa, oggi lavorare in due non è quasi mai una scelta. Il valore d’acquisto è calato drasticamente e con uno stipendio medio quasi non si riesce a vivere da soli, figuriamoci con un figlio o più a carico. Il tutto in un contesto dove la piazza, il villaggio non esistono (quasi) più, per cui i minori fanno riferimento al solo nucleo familiare. Una situazione per certi versi inusitata, alla quale le politiche sociali del Paese non hanno fatto fronte. Salvo qualche posto in più negli asili nido – comunque ancora al di sotto della media europea – e sparuti contributi economici, non ci sono soluzioni che possano aiutare i genitori lavoratori – specie quelli con i nonni lontani – nei due mesi estivi o nel periodo natalizio, in cui le scuole sono chiuse. Per non parlare di uffici e fabbriche, dove è sempre più difficile trovare un impiego part time, la mobilità è spesso un prerequisito, dichiarare gravidanze o poter usufruire del congedo parentale è ancora fonte di ansia e vergogna, quando non di mobbing.

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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