Non abbiamo paura

Una mostra racconta le lotte delle donne per i loro diritti. Rivendicazioni di ieri che parlano ancora al presente.
In una mostra dell’Unione donne italiane (Udi), vista in una città del Nord Italia, mi hanno colpita le foto di manifesti e volantini, tratti dall’archivio che raccoglie ottant’anni di storia dell’associazione. Raccontano le lotte delle donne di allora per i diritti, che anche oggi sono tema di confronto. Dall’aborto alla violenza domestica, dal divorzio al riconoscimento economico del mestiere di casalinga, fino al diritto di conciliare lavoro e famiglia. Ottant’anni sono quasi un secolo. Alcune immagini, confesso, mi hanno fatto tenerezza. Come quelle con i tavolini in piazze deserte dove donne con i capelli coperti da foulard, con gonne molto sotto il ginocchio e con mocassini simili più a scarponcini che a scarpe raccoglievano firme.
In un manifesto del 1980 il titolo è Lavoro: ancora una cittadella maschile? La spiegazione, scritta su un’immagine grafica di donna circondata da attrezzi di lavoro maschili e femminili (dalla chiave inglese al gomitolo di lana con i ferri), recita: «Vogliamo lavorare, ma vogliamo dire come. Vogliamo essere uguali, ma anche diverse. Vogliamo vivere la nostra casa, ma non essere casalinghe». Visitando l’esposizione, la domanda che mi sono fatta è stata: perché dobbiamo ancora chiedere il permesso di esserci?
Vale per le donne, ma anche per tutte le persone relegate, nel corso dei secoli, tra le minoranze, che poi fa il paio con diversi e inferiori. Altri.
La nostra mente ci induce a classificare un unicum e a collocare in posizione inferiore ciò che a quell’unicum non è aderente.
Il seguito sulla rivista.
di Elvira Zaccagnino


