Ancora lontane dalla parità

Attraverso il suo libro, la giornalista della Rai Arianna Voto, responsabile di No Women No Panel, fotografa la sottorappresentanza femminile nel dibattito pubblico.Colmarla deve essere una responsabilità condivisa da media, istituzioni e società.
Come nella matematica, sono i numeri a parlare e i dati raccolti dal Cnr e raccontati in La parità non è un’opinione (Editrice Bibliografica) mostrano che la strada verso l’uguaglianza di genere è ancora lunga. Arianna Voto, giornalista della Rai, responsabile del progetto No Women No Panel e curatrice del volume, ci offre una fotografia della presenza femminile nel dibattito pubblico, tra progressi compiuti e traguardi ancora da raggiungere.
Da dove nasce l’esigenza di scrivere questo libro?
«Il volume raccoglie la pubblicazione annuale del monitoraggio di genere della comunicazione pubblica del progetto No Women No Panel, primo esperimento in Europa, e attraverso l’inconfutabilità dei dati e i saggi introduttivi vuole dimostrare che la parità, o meglio la dis-parità, è un’evidenza che dobbiamo rimuovere, per una piena partecipazione di donne e uomini alla vita e alla crescita democratica del Paese. Non è la rivendicazione di una parte, un’ideologia, ma un valore per l’intera società e un diritto universale».
Guardando ai dati del progetto No Women No Panel, qual è lo squilibrio che l’ha sorpresa di più?
«Persiste ancora un 16 per cento di manels, convegni di soli uomini, e all’estremo opposto, di sole donne: la segregazione di genere orizzontale è persistente e problematica per entrambi i sessi, legata a stereotipi che vedono alcuni ambiti scientifici, economici, politici ancora appannaggio maschile e altri (come il welfare, il sociale, la cultura) di pertinenza femminile. Dobbiamo scardinare questo modello, per non privarci dell’altra metà di un pensiero, di un’intelligenza collettiva».
Spesso le donne sono presenti nei panel come moderatrici più che come esperte: cosa ci dice questo sulla nostra cultura?
«La moderatrice, nonostante spesso intervenga anche come persona esperta e competente sul tema di un convegno, svolge un ruolo di servizio, subordinato, ruolo a cui le donne sono relegate da una secolare cultura patriarcale. Spesso inserire una donna come moderatrice diventa un modo per non apparire escludenti. Abbiamo a volte ribaltato il paradigma, inserendo in festival tutti al femminile (anche questi, segreganti) moderatori uomini, per rendere visibile al pubblico, ma anche agli uomini stessi, l’anomalia, facendo loro svolgere un compito abitualmente assegnato alle donne. Comunque, meglio un convegno con almeno una donna piuttosto che la loro totale esclusione, a patto che venga, però, segnalato il disequilibrio invitando l’organizzazione a provvedere».
Iol seguito sulla rivista.
di Lucilla Perrini


