«Io, libera e inquieta»

Foto © SacWebphoto

In occasione dei suoi ottant’anni, l’attrice Charlotte Rampling presenta il nuovo film Father Mother Sister Brother e ripercorre una vita fuori dall’ordinario, tra recitazione e arte.

Ottant’anni, un bel traguardo. Specie per chi ha attraversato la vita tra burrasche e bonacce, simbolo fin da giovanissima di ribellione, di anticonformismo, della beat generation eppure segnata da un intimo pudore, da una capacità introspettiva quasi dolorosa. Lei è Charlotte Rampling, attrice inglese nata a Sturmer il 5 febbraio 1946 da papà Godfrey, ex oro olimpionico nella staffetta 4×400 a Berlino nel 1936, poi ufficiale d’artiglieria, uomo tutto d’un pezzo morto centenario («era autoritario», ricorda, «lo amavo, ma mi faceva anche paura») e da mamma Anne, pittrice dalle multiformi doti («era una farfalla di giorno e principessa di notte»). Insomma, una destinata a un’esistenza fuori dall’ordinario. Così è stato. Modella, poi attrice, a fine anni Sessanta viene lanciata a livello internazionale da Luchino Visconti, che le affida il ruolo di madre deportata, con i suoi bambini, in La caduta degli dei.
La fama, travolgente, gliela regala un altro film italiano, Il portiere di notte di Liliana Cavani, in cui interpreta un’ebrea sfuggita al campo di concentramento grazie alla torbida relazione con un ufficiale nazista. La foto di lei, magra e sensuale, che balla indossando l’uniforme da SS con le sole bretelle che le coprono il seno, simbolo della complicità che può finire per instaurarsi tra vittima e carnefice, fa il giro del mondo.
«Quell’immagine si è fissata come una sorta di scultura. Ma non mi dà fastidio. Al contrario, sono riconoscente perché è il senso del lavoro che faccio», dice l’attrice, vincitrice dell’Orso d’oro e di uno d’argento al Festival di Berlino nonché della Coppa Volpi (per Hannah) alla Mostra di Venezia. «Certi ruoli arrivano a produrre un effetto molto profondo nelle persone, sono capaci di durare attraverso le generazioni».
Il suo rapporto col nostro Paese è stato e resta viscerale. «L’Italia è stata la culla della mia creatività. Quando mi hanno chiamata da voi a lavorare ero giovane, è accaduto prima di Visconti e della Cavani», ricorda. «È stato Gianfranco Mingozzi a farmi girare Kidnapping – Sequestro di persona, proprio mentre in Inghilterra stavo vivendo un momento difficile e sentivo il bisogno di andarmene via. Lo avevamo tenuto nascosto a mamma, ma mia sorella Sarah non era morta di emorragia cerebrale dando alla luce il figlio a Buenos Aires: si era suicidata. Dolore immenso da cui mi sono ripresa in Italia, sopraffatta dallo stupore. E la bellezza non è solo nelle chiese, nelle architetture, nei dipinti, ma anche nelle persone che hanno in sé una luce speciale. Ho viaggiato molto, ma l’ho trovata soltanto da voi e in voi. È così ancora oggi. L’Italia è amata nel mondo per le sue immense qualità».

Il seguito sulla rivista.

di Maurizio Turrioni

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