Guerra e pace

In occasione della Giornata internazionale della pace, che ricorre il 1° gennaio di ogni anno, ricordiamo i tanti conflitti che insanguinano il mondo. Anche quelli taciuti e ignorati. Perché, come auspica papa Leone, un futuro di giustizia, condivisione, rispetto possa davvero abbracciare ogni popolo.
Ci sono mappe che non compaiono sui mezzi d’informazione, sui social, sui libri di scuola. Sono quelle delle guerre taciute e ignorate, che contano milioni di morti e di profughi, mentre l’umanità continua a ribadire, quasi come un mantra, il desiderio universale di pace. È il grande paradosso del nostro tempo: non abbiamo mai parlato così tanto di pace, eppure non abbiamo mai smesso davvero di combattere. Le cancellerie internazionali invocano il dialogo, i leader politici moltiplicano gli appelli alla de-escalation, le società civili chiedono tregue e corridoi umanitari. E intanto, lontano dai riflettori, tanti villaggi vengono rasi al suolo, bambini scappano nel deserto, interi Paesi si sgretolano nel silenzio quasi totale. In queste zone, spesso alla periferia del pianeta, la sofferenza resta confinata in un perimetro che sembra non oltrepassare mai i confini regionali, come se la tragedia non avesse diritto di cittadinanza nello scenario internazionale.
IL MESSAGGIO DEL PAPA
È su questo sfondo che si apre gennaio, un momento che ci obbliga a rimettere a fuoco ciò che spesso evitiamo di guardare: il contrasto tra la volontà dichiarata di pace e la realtà concreta delle guerre. Anche quest’anno, come ormai accade da oltre mezzo secolo, la Chiesa celebra, il 1° di questo mese, la Giornata mondiale della pace.
Per il 2026 papa Leone XIV ha scelto un tema che sembra scritto proprio per il tempo attuale: «La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante». È un argomento che ha accompagnato ogni suo gesto fin dalle prime ore dopo l’elezione, quando dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro si era affacciato indicando la pace come fondamento di una rinascita spirituale e sociale dell’umanità. Il successore di Pietro torna oggi a ricordare che non basta invocare la pace: bisogna incarnarla in una vita nonviolenta, capace di rifiutare ogni forma di violenza visibile o strutturale, per abbracciare una pace «fondata sull’amore e sulla giustizia», non sulla paura o sulla forza. È una pace che deve essere non solo disarmata, cioè priva dell’ossessione degli arsenali, ma anche disarmante, in grado cioè di sciogliere conflitti, aprire cuori, far nascere fiducia. Una pace che non si limita a fermare le armi, ma che tenta di restituire centralità a ciò che unisce e non a ciò che divide.
Ma è proprio mentre il Papa rilancia questo messaggio che il mondo mostra le sue cicatrici più profonde, dagli scenari noti ai conflitti quasi invisibili, soprattutto quelli africani. Della guerra in Ucraina e del genocidio di Gaza sappiamo molto: analisi frequenti, reportage, cronache. È giusto così. Ma il rischio è che non si veda un orizzonte ben più vasto, in cui esplodono conflitti di intensità e brutalità enormi che non trovano spazio adeguato nell’informazione e nell’opinione pubblica. Sono le cosiddette guerre dimenticate, quelle che non vengono raccontate e delle quali non si parla mai o quasi mai: l’espressione non è una formula giornalistica, ma un modo per descrivere la dinamica attraverso cui alcuni conflitti spariscono dal radar.
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di Cristina Colli


