«Ecco il mio Frankestein»

Il regista Guillermo del Toro è ora nelle sale con il film dedicato al protagonista del romanzo di Mary Shelley. Una creatura condannata a un destino di dolore e sofferenza.
Il grande illusionista è tornato. Guillermo del Toro è uno che di trucchi sullo schermo se ne intende. E non parliamo di effetti digitali quanto piuttosto di quello stupore, prima di tutto visuale ma anche narrativo, su cui ha costruito una centellinata carriera nonché la sua fama di regista. In poco più di trent’anni ha firmato solo tredici lungometraggi (dedicandosi, però, nel frattempo, alla sceneggiatura e alla produzione di film altrui) lasciando ogni volta il segno con storie al limite del surreale e la creazione di personaggi fantastici, capaci di catturare le fantasie dello spettatore. Fattosi le ossa con La spina del diavolo, Blade II, Hellboy, del Toro ha sfiorato una prima volta l’Oscar nel 2007 (nomination per la sceneggiatura di Il labirinto del fauno), per poi aggiudicarsi nel 2018 due statuette personali (miglior film e regia) con La forma dell’acqua, diventato il suo maggior successo dopo la conquista anche del Leone d’oro alla Mostra di Venezia. Multiforme e non etichettabile, come tutti quei geniacci del cinema capaci di passare da un genere all’altro senza smarrire la loro impronta (Luis Bunuel, Stanley Kubrick, Ridley Scott, Steven Spielberg), si è poi dedicato alla personale rivisitazione di uno degli archetipi fiabeschi più amati: con Pinocchio di Guillermo del Toro, girato con la tecnica passo uno e ambientato provocatoriamente al tempo del fascismo, ha così vinto nel 2023 il suo terzo Oscar, stavolta per il miglior film d’animazione.
Sazio, appagato? Non sia mai. Perché, dietro l’aria gioviale e paciosa, nasconde un animo fibrillante e inquieto. Tre sono le storie che avevano segnato il suo immaginario da bambino: oltre a Il mostro della laguna nera (horror in bianco e nero di Jack Arnold a cui si è ispirato per il suo film pluripremiato agli Oscar) e al Pinocchio di Collodi, ha sempre fantasticato attorno a Frankenstein di Mary Shelley. «A sette anni ho visto il film di James Whale con Boris Karloff nei panni della mostruosa creatura», racconta del Toro, 61 anni, messicano di Guadalajara, ma statunitense d’adozione, proprio come Alfonso Cuarón e Alejandro Gonzales Iñarritu (i tre amigos registi dominatori della nuova Hollywood). «A me, che ho ricevuto una forte educazione cattolica, quel gigante è sembrato come il Messia. Per trent’anni ho cercato di trovare il modo giusto per raccontarne la storia. L’idea di questo film mi ha accompagnato per tutta la vita, come se fosse la mia Bibbia. Adesso sono contento di aver aspettato così tanto, perché so che tutti i miei film precedenti sono serviti per arrivare a questo. Anche se, ora che è finito, mi sento come se avessi una depressione post partum».
Il seguito sulla rivista.
di Maurizio Turrioni


