La mitezza, una scelta politica

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Nei giorni in cui cresce la consapevolezza che basta poco perché tutto precipiti, c’è una beatitudine che mi interroga con forza: «Beati i miti perché erediteranno la terra».
A volte mi chiedo quale terra, considerata la prepotenza con cui Gaza è stata rasa al suolo e le devastazioni determinate dal cambiamento climatico, negate da temerari politici e negazionisti, che rendono fragile il mondo in cui abitiamo. Considerate poi le posizioni e le dichiarazioni di presidenti eletti democraticamente rispetto ai diritti internazionali, tutto mi sento tranne che mite.
Per questo, non accettando la violenza come forma di regolazione delle relazioni tra le persone e gli Stati, mi sono chiesta chi sia davvero mite e come possa agire in tempi come i nostri. Non può essere mite chi tace, chi subisce una violenza o la vede subire restando silente, chi si ferma per paura delle conseguenze del suo dissenso, chi rinuncia ad abitare il conflitto arretrando in zone di protezione che lasciano la sopraffazione agire. Questo mi pare chiaro e condivisibile. La domanda successiva, però, è: la mitezza è una qualità morale o sociale? Una virtù, sostengono alcuni, anche tra i teologi. Quindi i miti sono persone virtuose. Se così è, considerato che siamo in un tempo non virtuoso, prendiamo atto che c’è carenza di persone miti. Chi sono i miti allora? Ho trovato interessante la riflessione di Norberto Bobbio: «Il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé».

di Elvira Zaccagnino

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