Il fantasioso mondo di Wangheci Mutu

Foto © Galleria Borghese, foto Agostino Osio

La Galleria Borghese, all’interno del Parco dell’omonima Villa, a Roma, è uno scrigno di inestimabile bellezza, dove si possono ammirare celebri capolavori di artisti come Gian Lorenzo Bernini, Caravaggio e Raffaello. Da almeno un paio d’anni, questo luogo propone anche l’esposizione di un importante artista internazionale. Lo ha fatto nel 2023 con la mostra Gesti universali di Giuseppe Penone e nel 2024 con Louise Bourgeois. L’inconscio della memoria.
L’incontro fra l’arte antica e quella contemporanea si ripete dal 10 giugno al 14 settembre 2025, con una mostra dell’artista keniota e americana Wangechi Mutu, dal titolo Poemi della terra nera, a cura di Cloé Perrone. Il progetto, concepito come un intervento site-specific – che si sviluppa nelle sale interne del museo, sulla facciata e nei Giardini segreti – sfida la tradizione classica, attraversando sospensioni, forme frammentate, nuove mitologie immaginate.
Nata a Nairobi nel 1972, Mutu si è trasferita a New York nel 1990. Rinomata a livello globale per la sua attività, che include varie tecniche e mezzi, tra cui scultura, pittura, film, installazioni e collage, le sue opere sono state esposte in tutto il mondo.
Il percorso espositivo nella capitale è un invito a trascendere le prospettive fisse, spostando il nostro sguardo per consentire la coesistenza di più narrazioni e rivelando il museo non solo come spazio di memoria, ma anche come luogo di trasformazione. Gli interventi di Wangechi Mutu spingono gli spettatori ad abitare il museo in modo diverso. Con l’uso di materiali come bronzo, legno, piume, terra, carta, acqua, cera, perlopiù organici, fluidi, mutevoli, in contrasto con un contesto tradizionalmente dominato dal marmo, dallo stucco e dalle superfici dorate, l’artista africana ribadisce la poetica del divenire, anticipando così un tema che sarà centrale nel programma espositivo del museo del 2026: le metamorfosi.

Il seguito sulla rivista.

di Roberto Zichittella

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