«Leone XIV è uno di noi»

L’elezione del Papa ha suscitato emozione e gratitudine in tutto l’Ordine agostiniano. Il giovane religioso Achille Awule Banga racconta
a Madre cosa significhi, per lui, avere un confratello sul soglio di Pietro.
«È uno di noi». L’elezione di papa Leone XIV, proveniente dall’Ordine di Sant’Agostino, ha suscitato emozione, gratitudine e un profondo senso di appartenenza in tutta la famiglia agostiniana. Per chi sta ancora vivendo il tempo della formazione, come Achille Awule Banga, un giovane religioso originario del Congo e attualmente studente a Valladolid, in Spagna, l’esperienza si carica di un grande significato.
Dove ti trovavi quando hai saputo dell’elezione del nuovo Papa? E come hai reagito alla notizia che si trattava proprio di un agostiniano?
«È stato un momento che non dimenticherò mai. Ero da solo nella nostra casa di Valladolid, mentre gli altri confratelli erano all’università. Seguivo in diretta l’annuncio del nuovo Pontefice su tre canali YouTube e quando ho sentito pronunciare “Robertum Franciscum” ho avuto un sussulto: ho capito subito. Era lui, il nostro confratello, Robert Francis Prevost. Mi sono emozionato fino alle lacrime. Lo avevo conosciuto di persona, era venuto a trovarci nel 2024 a Roma, nella nostra casa di Santa Monica, proprio di fronte a piazza San Pietro. Vederlo ora lì, sul balcone, come papa Leone XIV è stato sconvolgente nel senso più bello del termine».
Cosa significa oggi, per te, essere agostiniano sapendo che un tuo fratello è diventato Papa?
«È una gioia immensa, ma anche una responsabilità grande. Sentiamo che questo pontificato ci chiama a vivere con più autenticità il carisma agostiniano. Il Papa stesso, nel suo primo discorso, ha affermato: “Sono agostiniano, figlio di Sant’Agostino, che ha detto: ‘Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo’”. Questa frase è diventata un riferimento continuo per noi. Non è solo un onore avere un agostiniano come Pontefice: è una chiamata alla coerenza, a una vita comunitaria vera, alla ricerca di Dio insieme, con un cuore solo e un’anima sola».
C’è qualcosa nel suo stile, nei suoi gesti, che ti colpisce in modo particolare e che ti ispira?
«Sì, tantissimo. Il suo amore per la comunione. Il suo motto “In Illo uno unum”, “In Colui che è uno, siamo uno”, è profondamente agostiniano. Parla di unità, ma non di uniformità. È un’unità fatta di carità, di accoglienza, di sguardo fisso su Cristo. E poi il suo legame con i poveri: non solo con chi è materialmente indigente, ma anche con chi è ferito nel cuore. Il suo modo di parlare e di agire, il suo desiderio di una Chiesa sinodale e in uscita, vicina a chi soffre, sono un grande incentivo».
Il seguito sulla rivista.
di Roberto Ponti


