Se i conflitti mondiali entrano in casa

In queste ore drammatiche di bombe, case devastate, morti, dolore per guerre sempre più cruente, accompagnate da parole di narcisisti che aprono bocca senza pensare al valore delle loro affermazioni solo per gloriarsi di una presunta forza, come si può trascurare l’angoscia profonda che viene dalle immagini di Gaza? Cioè come ci si può voltare dall’altra parte, cambiare canale, girare pagina, dicendo che questo, in fondo, è un conflitto cominciato il 7 ottobre 2023 e voluta da feroci terroristi? Insomma, come ci si può schierare dalla parte di coloro che si definiscono giusti, trascurando lacrime e sangue di bambini, donne, anziani?
Io non ci riesco, non si può. Una tristezza palpabile mi coglie a ogni telegiornale. Sono cresciuto nello spirito della Resistenza antinazifascista, nel ricordo delle persecuzioni ebraiche, con le bellissime pagine dell’Antico Testamento: esodi, libertà, dignità dell’uomo, un Dio che guida verso la Terra promessa (quella stessa terra oggi martoriata). Chi, come me, ha coltivato dentro di sé questa visione, forte e radicata, non può restare in silenzio di fronte alla violenza inaudita che il governo israeliano di Netanyahu sta infliggendo ai civili in nome del potere. Il desiderio commosso di pietà e giustizia, oggi, non basta più. Ai giovani, questo sentimento può apparire debole. Ingenuo, magari. Ambiguo. Una reazione emotiva troppo tenue rispetto alla violenza che ci circonda. È ciò che mi ha rinfacciato mia figlia, alcuni giorni fa, investendomi con parole accorate. Mi ha parlato del suo orrore per le sorti dei palestinesi, bombardati e affamati, ma anche degli israeliani che, dice, odiano tutti gli arabi e si sentono legittimati a farlo. Perché davvero credono di avere un diritto assoluto su quella terra che Jahvè avrebbe garantito a loro e solo a loro.
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di Vittorio Sammarco


