La grazia del lavoro

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Per Massimiliano Pappalardo l’occupazione di ognuno è connessa a creatività e bene comune.

Un libro sul lavoro che non è il solito libro sul lavoro. Che non è cioè il consueto manuale di management che insegna come intraprendere una sfavillante carriera, avere grande successo, raggiungere in un lampo i propri obiettivi professionali. La grazia del lavoro (San Paolo, pp. 190, € 16) è semmai una riflessione, documentata e profonda, dell’autore, Massimiliano Pappalardo, docente alla Business School di Il Sole 24 Ore e professore di Filosofia del lavoro all’Università di Catania, oltre che autore di vari saggi, pubblicati per Feltrinelli ed Effatà.
Già nelle prime pagine emerge con chiarezza la sua visione: «Il lavoro non è solamente un mezzo per ottenere un salario o per soddisfare bisogni materiali, ma anche un’opportunità irripetibile per esprimere la propria creatività, per contribuire al bene comune e per realizzare la propria vocazione».
Professore, cominciamo dal titolo del volume. In che senso il lavoro può essere una «grazia»?
«La frase La grazia del lavoro è tratta da una lettera di Ludwig Wittgenstein alla sorella e si riferisce a un moto di gioia e stupore da lui stesso sperimentato di fronte a un’intuizione filosofica. Non solo professione o mestiere, quindi, ma vera passione che, coniugata a competenza, si trasforma in opera».
Alcuni ci tengono a ribadire la distinzione tra due espressioni: «Sono un medico» e «faccio il medico» oppure «sono un operaio» e «faccio l’operaio». Cosa ne pensa di questa differenza e come va interpretata?
«L’identità di un essere umano non può coincidere con la sua professione. La coincidenza è sempre accidentale, mai sostanziale. Quindi, è corretto dire “faccio il medico” o “faccio l’operaio”».
Lei scrive che «Dio era un falegname, non un asceta». Cosa significa questo e quali implicazioni ha?
«Gesù è stato l’unico fondatore di una religione che ha condiviso la vita professionale e quotidiana con il suo popolo. Un’incarnazione che diventa azione. Inoltre, lui sceglie come discepoli dei lavoratori: pescatori, gabellieri, contabili».
Di recente si è svolto un referendum con quattro quesiti sul lavoro. Lei è andato a votare?
«No, perché i quesiti rappresentavano una visione parziale e burocratica del lavoro e non riguardavano i temi più importanti. L’Italia è il Paese della sperequazione e della parcellizzazione dei Contratti collettivi nazionali, che sono ben 42. Il referendum è stato indetto più per dinamiche politiche ed elettorali che per un reale interesse nei confronti di lavoratori e lavoratrici».
Ci vorrebbe, quindi, un’azione diversa dal referendum e più sostanziale rispetto a questi argomenti?
«Ci vogliono una politica economica e di conseguenza un’economia politica che vadano nella direzione dei quesiti referendari, instaurando, però, un dibattito parlamentare serio, che vada al cuore della questione lavoro nel nostro Paese».
Secondo lei, nell’attuale contingenza, questo può essere possibile o resterà un’utopia?
«In effetti è utopistico perché la continua concertazione burocratica, farraginosa, inefficace tra le parti non ha mai prodotto risultati significativi. Basta vedere il Jobs Act o alcune leggi varate durante i governi tecnici. Oggi gli attori e gli interessi sono numerosi e il rischio è mettere in discussione i diritti acquisiti delle corporazioni. E i sindacati rischierebbero di estinguersi».

Il seguito sulla rivista.

di Roberta Arosio

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