Il Mediterraneo dei popoli

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In occasione dell’8 luglio, Giornata internazionale del Mare nostrum, ripercorriamo la storia di un bacino che da sempre è stato culla di civiltà e teatro di crisi. Con l’auspicio che possa diventare un luogo “aperto”, di solidarietà, accoglienza e inclusione.

Non dovrebbe servire un evento dedicato per ricordare quanto il Mare nostrum sia importante per il nostro Paese e quanto la sua tutela sia fondamentale per l’ecosistema dell’intera penisola. L’8 luglio, Giornata internazionale del Mar Mediterraneo, resta comunque un’occasione utile per informare e sensibilizzare sul suo stato di salute e su quello che ha significato e ancora significa. Il suo nome deriva dal latino mediterraneus, «in mezzo alle terre», ed è l’unico mare quasi chiuso su cui si affacciano tre continenti: Asia, Africa ed Europa. Dal Mar Nero alla penisola iberica, lambisce le coste frastagliatissime della Sardegna e i 400 chilometri ininterrotti di litorale di Siria, Libano e Israele.
Ciò che lo rende unico al mondo – affermano geografi e sociologi – è proprio l’enorme diversità fisica e morfologica. Un bacino straordinario, che ospita oltre 17 mila specie marine, con fondali in parte bassi, ma anche con aree così profonde da non essere ancora state raggiunte né analizzate, come, per esempio, l’Abisso di Calipso che, con i suoi 5.270 metri di profondità, potrebbe contenere il Monte Bianco. A poca distanza, invece, si trovano isole greche con fondali a dislivelli molto diversi. «Questa eterogeneità fisica si trasfigura, e lo ha fatto per tutta la Storia, in eterogeneità umana: il Mediterraneo è, infatti, sempre stato un luogo di passaggio e di scambi, solcato da uomini e donne provenienti da ogni territorio affacciato sul bacino, spesso oltre i limiti delle possibilità tecniche del tempo. Per alcuni è stato il mare dell’ospitalità e del cosmopolitismo, per altri una barriera invalicabile. Non è un caso se proprio qui si è sviluppata la bronzization, una forma primitiva di globalizzazione durante l’Età del bronzo», racconta Luca Misculin, giornalista del Post e autore di Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale (Einaudi, 2025), volume che inaugura la nuova collana Maverick.
Nel libro Misculin compie una sorta di carotaggio storico, una profonda esplorazione, raccontando la stratificazione di popoli, uomini e miti che si sono succeduti nel corso dei secoli in questo mare. Tutto è nato dal suo lavoro sul campo: «Ogni volta che frequentavo qualche località affacciata sul Mediterraneo mi colpiva quanto fosse diversa da come l’avevo immaginata e da come la maggior parte delle persone la immagina. Di molte cose si è persa memoria. Basti pensare a come oggi ci si figura Palermo che, invece, durante la dominazione arabo-ottomana, è fiorita fino a diventare una metropoli aperta ai commerci, alle idee, alle folle provenienti da ogni parte del mondo».
Ancora oggi il mare nostrum rappresenta un crocevia strategico per l’economia e per gli equilibri politici, forse più di quanto si creda. Anzitutto per il suo connettere, naturalmente, i Paesi europei, il Sud globale e il Medioriente, la regione in cui, più che altrove, i conflitti sembrano irrisolvibili. «Le guerre, l’invasione israeliana a Gaza e quella russa in Ucraina, si stanno svolgendo anche sulle coste del Mediterraneo. La Crimea, occupata illegalmente dalla Russia ormai undici anni fa, è una delle penisole più grandi di questo bacino. Inoltre, è tornata centrale la questione delle migrazioni, da sempre presente, perché d’estate la navigazione è più facile per via delle correnti di alta pressione che placano i venti e delle onde inferiori al mezzo metro. Ciò permette di spostarsi con imbarcazioni anche molto rudimentali».

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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