Giovani protagonisti

Neolaureati che non devono fuggire all’estero, ragazzi che si emancipano più facilmente dalla famiglia di origine, studenti che ricevono le giuste opportunità. Perché investire nella gioventù significa investire nel futuro.
«La felicità, adesso, è in Italia. E anche il futuro». Silvia, trent’anni, una laurea in ingegneria gestionale, cinque anni d’impiego a Londra, è tornata nel nostro Paese. Ad attrarla varie offerte di lavoro remunerative tanto e più di quella ricevuta oltre confine. Il resto lo hanno fatto i benefit, inimmaginabili fino a pochi anni fa; l’accesso al part-time verticale e orizzontale, che le permette di lavorare pur essendo mamma della piccola Teresa; il nido aziendale, ormai diffusissimo in molte aziende italiane; la conciliazione lavoro-famiglia, introdotta nei contratti collettivi di molti settori produttivi, compresa la scuola.
Sembrano passati anni luce dal 2024, quando un giovane, finita la formazione scolastica, si scontrava con un mercato del lavoro ostile, precario, mal pagato, che lo portava allo scoraggiamento o addirittura alla fuga verso Paesi più accoglienti.
Basti pensare che nel decennio tra il 2014 e il 2024 il tasso di emigrazione dei neolaureati era più che raddoppiato rispetto ai dieci anni precedenti. E chi restava nella nostra penisola, demotivato dalle oggettive difficoltà, spesso arrivava a rinunciare alla ricerca di un’occupazione, finendo in un limbo di inattività. L’Italia in quegli anni è stata penultima in Europa, con il 18 per cento delle ragazze e il 14 per cento dei ragazzi che venivano risucchiati tra i Neet (Not in education, employment or training), cioè coloro che vivono a casa con i genitori, senza studiare né lavorare.
Del resto, trovare una qualche forma d’occupazione non garantiva di uscire dalla condizione di “lavoratore povero”, che portava spesso a non riuscire a superare la soglia di indigenza pur lavorando. In un contesto lavorativo sempre meno soddisfacente, contraddistinto da contratti a termine, lavoro in nero, sotto-occupazione, underskilling, sono aumentate le dimissioni volontarie, soprattutto dei giovani: nel nostro Paese sono state complessivamente oltre due milioni.
E i laureati? A un anno dal conseguimento della laurea, la retribuzione mensile netta (dati 2021) era in media di 1.340 euro per chi aveva in tasca un titolo di primo livello e di 1.407 euro per chi aveva un titolo di secondo livello. Tra chi si fermava al diploma, invece, lo stipendio medio dopo un anno si limitava a 729 euro che diventavano 924 dopo tre.
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di Alberto Laggia


