Oltre il lungo sabato

Tra il venerdì, giorno della morte di Cristo, e la domenica, momento della Resurrezione, c’è il tempo dell’attesa, la «terra di nessuno». Al di là della quale si profila, però, una luminosa Pasqua. Che dona a noi tutti vita, speranza, gioia. 

«Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno? / Di che? Rotta la diga / t’inonda e ti sommerge / la piena della tua indigenza…/  Viene, / forse viene, / da oltre te / un richiamo / che ora perché agonizzi non ascolti. / Ma c’è, ne custodisce  forza e canto / la musica perpetua… ritornerà. / Sii calmo». Sono i versi struggenti e bellissimi di Mario Luzi, poeta che sapeva raccontare le cose, le ombre, la vita e il suo pulsare, ma soprattutto il ritmo del cuore. Un cantore del fare, come è stato scritto, sempre affacciato sull’abisso, catturato dal fascino dell’assoluto e dell’infinito, resi “masticabili” attraverso le parole e i loro suoni. Versi da richiamare perché «mancanza» è la condizione che forse definisce meglio il tempo che abitiamo oggi, ma allo stesso momento cristallizza il bisogno intrinseco dell’essere umano, il suo scoprirsi intrappolato nel limite, eppure avido di eterno. 
«Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno? / Di che?».
Oggi avvertiamo la mancanza di contatti, aria, spazi, continuità, prossimità, affollamenti. Sentiamo in modo acuto la nostalgia dell’umano, persino nei suoi aspetti più irritanti, il sudore, gli odori, gli schiamazzi, il vociare isterico metropolitano. Eppure questo primo livello di finitezza in cui la pandemia ci ha fatto precipitare improvvisamente, cogliendoci impreparati, è solo la superficie, levigata da assenze inutili e poco determinanti, di un altro strato dell’essere, di quel nucleo di bisogni e di domande che solo qualcosa o qualcuno di infinito può colmare. 
«Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno? / Di che?».
L’incipit di questa poesia contenuta in Sotto specie umana, raccolta pubblicata da Garzanti nel 1999, mette subito in relazione il vuoto contrapposto al pieno con un altro termine che non conosce logorio: «cuore». È il bisogno d’Altro che alberga in ciascun essere umano a qualsiasi latitudine. Quel bisogno che il pensiero contemporaneo cerca di arginare in molti modi, se non cancellare. Il bisogno di senso. Su di sé, sull’Io, che la psicoanalisi ha costretto alla maiuscola. Il bisogno di verità, giustizia, bellezza. Il bisogno di Dio. 
«Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno? / Di che?».
Non è un caso che questi versi siano tra i più citati al Convegno ecclesiale di Firenze. Caratteristica perenne dell’umanesimo nuovo e antico. È il desiderio di infinito dell’uomo che il nichilismo, con ferocia e non poca diabolica superbia, ha tentato di estirpare consegnando le esistenze al nulla. Un desiderio che, però, prepotentemente e inevitabilmente, ritorna. Paradossalmente proprio partendo dalla zona grigia del non – senso. 
In un recente volume sul tema (Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca, Carrocci editore, 2021), Costantino Esposito, filosofo barese, spiega come il nichilismo sia tornato a essere una questione aperta: le domande dichiarate impossibili in passato sono tornate improvvisamente ragionevoli, possibili, persino necessarie. L’irriducibilità del cuore umano pone questioni impegnative con una forza nuova, persino con una crudezza nuova, dettata dal recinto di solitudine in cui siamo stati confinati dal covid e dal suo sbatterci di fronte la morte. In fondo, l’ultimo limite. Una condizione, quella dell’isolamento, a cui non eravamo più avvezzi e che pure custodisce gelosamente molta ricchezza. 

Il seguito sulla rivista.

di Cristiana Caricato

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