Un rifugio per ricominciare

Nata nel 1989 a Brescia, la Casa delle donne ha accolto, ascoltato e sostenuto oltre 9 mila vittime di violenza. In un percorso verso l’autonomia e la libertà.

«Una “normale” famiglia, con due figli minorenni. Una vita che scorre nel silenzio e nella coercizione. Perché è impossibile contraddire il capofamiglia senza subire ripercussioni: epiteti crudeli e minacce, punizioni, obblighi e divieti, una disciplina durissima e incomprensibile», racconta Chiara Rossini, operatrice della Casa delle donne di Brescia. «Ma, mentre la moglie in qualche modo riesce ad andare avanti, via via che il primo figlio della coppia cresce, la situazione precipita e l’uomo aggredisce fisicamente moglie e figlio maggiore, in presenza del più piccolo. L’incontro con la Casa avviene al Pronto soccorso. La donna denuncia il marito e cerca una collocazione per sé e i figli. Ma la giustizia penale è lenta: nessun provvedimento viene emesso nei confronti dell’uomo, nonostante i racconti del figlio maggiore. Madre e figli cambiano sistemazione più di una volta in pochi mesi. Intanto interviene la giustizia civile, per la separazione e l’affidamento dei figli. In assenza di condanne e misure cautelari, l’uomo avanza una richiesta di decadenza della potestà genitoriale della donna. Inizia una pagina difficilissima per lei che viene sottoposta, con l’ex, a una valutazione peritale. La svolta avviene quando viene sancita, finalmente, la decadenza dalla responsabilità genitoriale in capo all’ex marito. Una storia lunga quasi quattro anni, che ancora non si è giuridicamente conclusa. Per la donna tutto questo sta comportando stress, spese giudiziarie ingentissime e spese di mantenimento dei figli che lei sostiene da sola». 

Il seguito sulla rivista.

di Lucilla Perrini

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