L’intellettuale scomodo

A cent’anni dalla nascita, un ricordo della parabola letteraria, artistica e umana di Pier Paolo Pasolini, che ha contribuito ad arricchire il patrimonio culturale dell’Italia del Novecento.

Comunista espulso dal Pci, intellettuale detestato da gran parte della intellighenzia italiana, poeta e scrittore criticato dal mondo letterario, regista autodidatta capace di grandi capolavori, uomo di sinistra schierato contro le manifestazioni studentesche degli anni Settanta, nelle quali, secondo lui, «i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”». Mai accomodante, mai conciliante, Pier Paolo Pasolini è stato una figura di rilievo nella storia del Paese e forse solamente oggi, a cento anni dalla nascita e a 45 dalla morte, tale importanza gli viene riconosciuta. Non solo «un grande poeta, un grande artista che si batteva per rendere questo mondo più giusto, più libero, più aperto», come lo definiva Enzo Biagi, ma una persona capace di comprendere gli ultimi, perché viveva al loro fianco e sapeva porli al centro delle proprie opere con cruda sincerità. Un uomo fortemente radicato nel presente perché, scriveva, «solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto».
La parabola letteraria di Pasolini comincia a Roma, nel 1950, dove si è appena trasferito con la madre per sfuggire allo scandalo provocato dalla denuncia della sua omosessualità. Fugge dal Friuli, sua terra d’origine, perché le inimicizie politiche e il processo per atti osceni lo hanno coinvolto in umilianti trafile giudiziarie. Abita nelle borgate della capitale e conosce la povertà. Si mantiene vendendo libri alle bancarelle rionali e facendo il correttore di bozze, senza smettere di scrivere poesie dialettali. Alberto Moravia parla di lui come di un «poeta che vede il Paese natale non come lo vedono né possono vederlo i potenti. La poesia di Pasolini viene da lontano, dalle profondità remote della letteratura italiana. 

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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