Il Dio che ride

Un ruolo inedito per Pierfrancesco Favino, tra fede, libertà e il coraggio di essere se stessi.
Ha avuto l’onore di chiudere, fuori concorso, la Mostra del cinema di Venezia. Pierfrancesco Favino l’ha fatto da par suo, sparigliando le attese e offrendo l’interpretazione di un personaggio per lui nuovo. Cosa sorprendente visto che, nei 66 film girati in 30 anni di carriera e negli oltre 20 titoli per la tv, ha vestito i panni dell’uomo comune e dell’eroe di guerra, del romantico preda dei sentimenti e del mafioso pentito, dell’innamorato fin troppo fedele e del fedifrago, del poliziotto e dell’imbroglione. A volte in grandi produzioni internazionali (Le cronache di Narnia, Miracolo a Sant’Anna, Angeli e demoni, Rush, Il conte di Montecristo) che gli sono valse la popolarità anche fuori dai confini del nostro cinema.
Mai però, finora, gli era capitato d’indossare il saio e fare il frate, interrogandosi su Dio e il suo rapporto con l’uomo. Oddio, proprio nel recente rifacimento del romanzo di Alexandre Dumas aveva vestito i poveri panni dell’abate Faria, ma lì si trattava di un personaggio soprattutto funzionale alla storia della vendetta di Edmond Dantes. Invece, in Dio ride (film già in sala) il regista Giovanni Veronesi lo catapulta in pieno Seicento nel ruolo di fra’ Leopoldo da Casamacchia, religioso che con originali prediche richiama folle di fedeli. Il guaio è che ci riesce con una nuova visione del rapporto tra l’uomo e il Signore, prospettando un Dio gioioso che vuole la felicità di ogni creatura, capace perfino di ridere.
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di Maurizio Turrioni


