Lo specchio del pellegrino

La scrittrice Ben Pastor firma il nuovo romanzo della serie dedicata al nazista Martin Bora.
Martin Bora, protagonista della serie che Ben Pastor ambienta nella Seconda guerra mondiale, è un personaggio che si ama stando scomodi. Il suo essere intrigante costringe a leggerlo trascinati fuori dalla propria zona di comfort, messi a disagio dal fatto che indossi la divisa sbagliata sullo scacchiere della Storia, quella della Wehrmacht, l’esercito tedesco, pur sforzandosi di restare un uomo giusto. In Lo specchio del pellegrino, ultimo romanzo in ordine di uscita ma non per cronologia interna, lo troviamo a Odessa, nel 1941-1942.
Bora è nato per mandare all’aria i nostri schemi mentali?
«Si muove in uno spazio pericoloso, abita in uno spazio liminale, di confine, tra il giusto e l’ingiusto, tra il bianco e il nero. Non luoghi, per dirla con Marc Augé, che non aggregano perché non sono definiti: ponti, confini, sottopassi, boschi. Bora può muoversi lì, perché prima di iscriversi all’accademia militare ha scelto di andare all’università, a studiare filosofia, i presocratici. Questa istruzione lo ha premunito rispetto allo schema che sempre definisce i rapporti militari, anche in assenza di dittatura: mentre l’ordine e l’obbedienza sono la struttura stessa di qualsiasi esercito in ogni tempo e in ogni luogo, Bora sa come fare la tara tra quello che gli comanda il superiore e quello che la giustizia e la moralità ordinano dentro di lui».
Ha parlato di luoghi. Come ha fatto a ricostruire la Odessa del 1941 con tanti dettagli?
«Due anni di ricerche assidue sulle fonti primarie e secondarie. Per ricostruire questa città non antica, voluta greca e al femminile – Odessa non Odisseo – nel Settecento da Caterina la Grande, ho dovuto studiare mappe e ricercare foto pressoché perdute. Ho comprato come link, poi stampato, la copia fotostatica di una cartina di Odessa del 1941-1942, per 50 dollari negli Stati Uniti, per poi rendermi conto che è una mappa del 1924 sovrascritta in tedesco sull’originale in cirillico. Quando ci arriva, Bora non ha la minima idea di come si chiamino strade che hanno cambiato nome tante volte in pochi anni. Dovevo questa fatica alla città e ai suoi morti. Odessa è un’enorme fossa comune: rivoluzionaria, post rivoluzionaria, dell’Nkvd, nazista, romena…».
Ogni romanzo è autonomo, ma la serie non è uscita in sequenza cronologica. Perché?
«Mi sono resa conto, nella mia tarda età, che Bora è una specie di eterno pellegrino ancorché in uniforme: ha ombre che gli vengono da accadimenti passati, ignoti perché non ancora raccontati. Raccontare Bora è come percorrere una strada dritta, fiancheggiata da alberi: di volta in volta scrivo l’ombra o l’albero. In questo caso scrivo un albero, perché i comportamenti dettati dalla coscienza di Bora, in contrasto con i suoi stessi ordini, derivano proprio da questo episodio seminale, dal quale si capisce perché di lì in poi non potrà più servire il suo esercito e la sua patria».
Il seguito sulla rivista.
di Elisa Chiari


