Scusate lo sfogo

Siccome in questi ultimi mesi non mi sento tanto bene (e non solo per problemi fisici), ma per uno stato mentale che si avvicina alla depressione, ho deciso di confidarmi (in intimità, s’intende) con diverse decine di migliaia di lettori (quelli di questa rivista) per provare a ricevere qualche forma di consolazione, seppure scritta. «Che cosa vuoi che interessi ai lettori del tuo umore?», mi sono detto più volte. Non è certo un’obiezione sbagliata o eccessivamente prudente.
Vi scrivo lo stesso perché spero che la mia esperienza (seppure non felice) possa servire a qualche altro padre per evitare di replicare i miei stessi errori.
Ora osservo i miei cari figli, le due che vedete in foto (ora diventate grandicelle) e il maschio primogenito, andare via, fare le loro scelte senza neppure informarmi dopo; dirmi spesso (o quasi sempre) di no per qualsiasi ragione, anche banale; salutarmi a stento quando escono; non mandarmi, dopo giorni di silenzi, neppure un semplice messaggio su Whatsapp per chiedermi «Come stai, pa’?», pur sapendo che non sono – diciamo così – in gran forma; confidarsi per ogni cosa con la mamma e non tenermi mai in considerazione; dare, insomma, poco peso alla mia esistenza e alle mie parole e, invece, gran peso (e giustamente) a quelle della madre. Alla quale telefonano in pratica tutti i giorni. E io (che sono padre…) sento scivolare via sempre di più, e in modo repentino, quell’aura di autorevolezza che avevo (incautamente soddisfatto) quando erano piccoli.
Il seguito sulla rivista.
di Vittorio Sammarco


