Una storia di fede e Resistenza

Nuova edizione della Messa dell’uomo disarmato, grande romanzo di Luisito Bianchi.
Ci sono libri che nascono classici. La messa dell’uomo disarmato, un romanzo sulla Resistenza, è uno di questi: una qualità di scrittura e una potenza di racconto rare gli danno pieno diritto di cittadinanza nella letteratura italiana dedicata alla Seconda guerra mondiale, senza sfigurare accanto ai Pavese, ai Calvino, ai Fenoglio. Lo testimonia la sua singolarissima storia: è sopravvissuto per quasi trent’anni, clandestino, grazie al passaparola prima che nel 2003 Sironi ne facesse un clamoroso caso editoriale. Tanto che, oggi, la nuova edizione di Ares vale la “forzatura” del titolo di questa rubrica: Luisito Bianchi, l’autore, prete operaio, infermiere, poi cappellano del monastero di Viboldone, nei pressi di Milano, è, infatti, scomparso nel 2012. Possiamo incontrarlo solo attraverso la voce di suor Francesca Zambelli, che vive nel convento delle Suore Francescane di Santa Filippa Mareri, a Borgo San Pietro di Petrella Salto, in provincia di Rieti, e che non solo conosce questo romanzo come le sue tasche, ma da religiosa ha le credenziali per entrare nella sensibilità dell’autore e di Franco, il novizio che dice «io» nel romanzo.
Suor Francesca, come convincerebbe, lei che lo ha letto cinque volte in pochi anni, un lettore a non lasciarsi spaventare dalle oltre 800 pagine della Messa?
«Bisogna “assaggiare” per valutare se andare oltre, oppure se la mole è un limite. Come faccio a dire che questa cosa per me è troppo, se non “assaggio”? È vero che il romanzo non si legge in una notte, ma è talmente coinvolgente che si arriva alla fine dispiaciuti che sia terminato».
La prima parte è un dialogo tra un giovane uscito dal monastero per lo scoppio della guerra e il suo padre spirituale. Che cosa l’ha conquistata, per averlo letto così assiduamente?
«Le prime due pagine, l’overture che poi si sviluppa lungo tutto il testo, dove il motivo è la Parola, in senso ampio, che si incarna, che diventa avvenimento e che dà significato a tutto ciò che accade e trova spazio anche dove apparentemente il “terreno” sembra non disponibile: mi ha catturata con la Parola che tutto avvolge, che stava collocata sull’ambone della chiesa romanica e che viene spezzata come il pane. E poi l’ascolto, che è un sacramento: l’ascolto di tutti gli uomini, un sacramento non istituito, perché era già stato dato a tutti. Bellissimo».
Ha un personaggio preferito, in questa storia corale con tanti volti memorabili?
«Rondine, descritto come colui che si meraviglierà quando verrà proclamato beato, perché non ha incontrato nessun Signore nell’ammalato, nel povero, nel carcerato, nella tomba non consacrata, però ha vissuto tutti quegli incontri con la carità e la misericordia. Ho segnato quel punto con una glossa: “Vorrei vivere così”. Mi ha conquistata il suo essere inconsapevole canale di grazia. Credo sia uno dei valori più grandi che Luisito riesce a raccontare: la gratuità non è questione di consapevolezza. Non è un testo in cui c’è un protagonista con il faro puntato, è un racconto corale in cui ognuno è speciale ed è protagonista del suo frammento di Storia».
Uno dei personaggi che più restano in testa è l’arciprete. Che prete è?
«È un manzoniano, è un classicista, ha sempre con sé il Nuovo Testamento in greco. Mi piacciono le descrizioni della sua casa canonica dove tutto è ordinato perché l’ordine dice la verità delle cose. È un uomo colto. Bellissima la battuta: “Però ha studiato troppo per essere un santo”».
Se nell’arciprete pare di riconoscere qualche eco di don Primo Mazzolari, Franco sembra in parte autobiografico. Che idea s’è fatta?
«Lo stesso Luisito, in un’intervista che rilasciò a metà degli anni Duemila, diceva di essersi sempre sentito “separato” nel suo essere prete e anche nella vita in seminario e di aver vissuto questo fatto con rammarico: penso che si specchiasse molto in Franco, che vive quasi il senso di colpa per non aver direttamente partecipato alla Resistenza, a differenza del fratello, di Balilla, degli altri personaggi che, invece, la vivono sul campo».
Il seguito sulla rivista.
di Elisa Chiari


