L’hangar rosso

Un ufficiale cileno riceve l’ordine di trasformare un’accademia militare in una prigione.
È l’11 settembre, ma del 1973. In Cile, un sanguinoso colpo di stato militare (sobillato dai servizi statunitensi) elimina il presidente socialista Salvador Allende, legittimamente eletto, assassinandolo. Si instaura una dittatura guidata dal generale Augusto Pinochet. I golpisti, oltre a uccidere i collaboratori di Allende, perseguitano tutti gli oppositori, più o meno dichiarati. Questa è storia. Ed è in questo contesto che prende le mosse L’hangar rosso, film di Juan Pablo Sallato (apprezzato regista di documentari, qui al debutto nel lungometraggio) che racconta in modo romanzato fatti realmente accaduti. All’indomani del feroce colpo di mano, il capitano Jorge Silva (cui presta il volto espressivo Nicolàs Zàrate), ex capo dell’intelligence dell’Aeronautica, viene incaricato di trasformare l’Accademia, in cui si addestrano i giovani cadetti, in un centro di detenzione e tortura. Mentre gli hangar si riempiono di prigionieri e la repressione diventa sempre più brutale, Silva si ritrova a un bivio di fronte alla sua coscienza: obbedire agli ordini e appoggiare il nuovo regime o disobbedire e aiutare chi lotta per sopravvivere? Qualsiasi sarà la scelta, sa che dentro di sé si sentirà un traditore: della divisa oppure della sua gente. Ma la sola cosa che certo non può fare è far finta di nulla.
Presentato in anteprima al Festival di Berlino, il bel film di Sallato esce nei cinema il 9 luglio. Appena 82 minuti, girati in un intenso bianco e nero, strutturati come un thriller della coscienza. Il racconto teso e asciutto di una pagina a lungo rimossa della storia cilena: l’opposizione interna ai golpisti da parte dei graduati dell’Aeronautica, repressa nel sangue dai loro stessi commilitoni. Un dramma claustrofobico, che esplora il passaggio in cui l’obbedienza si trasforma in complicità.
Il seguito sulla rivista.
di Maurizio Turrioni


