Il profeta della fraternità

Il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, racconta la sua esperienza in una piccola comunità cristiana e il valore del dialogo interreligioso in un tempo segnato da divisioni e conflitti.
La figura di Jean-Paul Vesco emerge come una delle più profetiche e affascinanti del panorama ecclesiale contemporaneo. Arcivescovo di Algeri dal 2021 – dopo aver guidato la diocesi di Orano dal 2012 – e creato cardinale da papa Francesco il 6 ottobre 2024, la sua carriera inizia nelle aule di tribunale. Prima di entrare nell’Ordine dei domenicani, era, infatti, un giovane avvocato di successo a Lione, animato da una forte passione per la politica locale. Nel pieno del lavoro avverte un «senso di vuoto incolmabile» e nel 1994 riceve un invito di Cristo «non come un obbligo, ma come una chiamata alla libertà: “Se vuoi essere felice, seguimi”». Sceglie la vita consacrata, perfeziona gli studi teologici all’École Biblique di Gerusalemme e la sete di giustizia che animava la professione forense viene impiegata come strumento pastorale.
Nel suo ultimo libro, L’audacia della fraternità, pubblicato da Libreria editrice vaticana (Lev), un’antologia di scritti redatti negli ultimi anni, il cardinale runner, come viene appellato, riflette sulla necessità di riportare al centro della società la fraternità, un valore essenziale del cristianesimo ereditato dall’Illuminismo, spesso messo da parte per privilegiare l’urgenza della libertà e dell’uguaglianza. Nel volume, una sorta di manifesto per la Chiesa di oggi, si sottolinea che, «mentre su uguaglianza e libertà è possibile redigere leggi di Stato, la fraternità sfugge ai codici normativi perché appartiene intimamente al cuore e alla volontà del singolo. Non si tratta di un sentimento mieloso o romantico, ma di una virtù “ruvida” ed esigente, capace di fungere da unico vero antidoto all’individualismo e all’egoismo in un mondo fratturato e dominato dalla legge del più forte come quello odierno». Vesco non manca di autocritica, scagliandosi contro il clericalismo e la «paternità spirituale istituzionalizzata», vista come un rischio di infantilizzazione dei fedeli. Sogna una Chiesa strutturata sulla corresponsabilità, dove la parola dei laici e delle donne abbia la stessa importanza di quella dei chierici. «La fraternità cristiana è audace perché ci obbliga a uscire dalla chiusura delle nostre comunità, siano esse la famiglia, la parrocchia o la nazione, per avventurarci in acque profonde, estendendo la nostra solidarietà oltre i confini prestabiliti», chiosa. «È un radicamento che affonda nel mistero dell’Incarnazione – con Gesù che supera i legami di sangue per abbracciare chiunque faccia la volontà del Padre – e culmina nel mistero della croce».
Il seguito sulla rivista.
di Marta Perrini


