L’ultima vera estate

Il tempo dopo l’esame segna un rito di passaggio: dalla spensieratezza della giovinezza alla responsabilità dell’età adulta. Un tempo che non tornerà e che resterà impresso nella memoria. Con un pizzico di nostalgia.
Nella vita di tutti c’è un momento in cui il tempo sembra sospeso. Non è ancora quello degli adulti, ma è già oltre quello dell’adolescenza. Uno dei simboli di questa transizione sono le vacanze dopo la maturità, l’ultima vera estate. Settimane che cominciano il giorno in cui si esce dall’aula dell’esame con una vita davanti.
Non necessariamente è l’estate più bella, ma certamente è la più significativa, quella che non si dimentica più. Per alcuni è un volo per la Grecia o per una capitale europea, un Interrail improvvisato, una settimana a Gallipoli o in Toscana. Per altri sarà fatta di giornate lente nella propria città, di amici ritrovati sotto casa, di serate in quartiere, di notti trascorse a parlare su una panchina o su un terrazzo. Perché il punto, in fondo, non è il viaggio. È il tempo.
L’estate della maturità è l’ultimo periodo della vita in cui il tempo sembra infinito. Dopo arriveranno le sessioni universitarie e dopo ancora il lavoro, l’affitto o il mutuo, la famiglia. Una vita più scandita, più occupata. Ecco perché quell’estate rimane impressa nella memoria collettiva di intere generazioni. Non è solo una vacanza. È un rito di passaggio. Dalla spensierata giovinezza alla responsabile età adulta.
Viene in mente una scena di un classico della letteratura contemporanea: quando Harry Potter attraversa il binario 9¾ e sale sull’Hogwarts Express prova entusiasmo e paura insieme. Sta lasciando il mondo conosciuto per entrare in qualcosa di immensamente più grande. È difficile non riconoscere, in questa immagine, il sentimento di tanti diciottenni. Anche loro, conclusi gli scritti e l’orale, si trovano davanti a un mondo nuovo. Da una parte la libertà, dall’altra il timore di ciò che verrà. Ogni vera transizione porta con sé questa ambivalenza: la gioia dell’avventura insieme alla nostalgia per ciò che sta finendo.
Romano Guardini, filosofo, teologo e sacerdote italo-tedesco del Novecento, scriveva che la giovinezza è il tempo dell’«apertura infinita del possibile». È l’età in cui il futuro appare ancora non determinato.
Nei diari di Cesare Pavese si legge che «l’unica gioia al mondo è cominciare». La giovinezza è precisamente questo: il tempo degli inizi. Ogni strada appare ancora praticabile, ogni identità ancora modificabile. E il viaggio della maturità, reale o simbolico, è forse l’ultimo momento in cui si percepisce davvero questa vertigine.
Molti adulti ricordano quelle settimane vacanziere con una nostalgia quasi sproporzionata, perché rappresentano uno degli ultimi momenti di assoluta spensieratezza. Eppure, a pensarci bene, spesso non sono state perfette: treni persi, pochi soldi, stanze scomode, litigi, improvvisazioni continue. Ciò che si rimpiange non è certo il comfort, è ben altro. A diciott’anni si ha ancora la sensazione che l’esistenza debba cominciare da un momento all’altro. Le amicizie sembrano eterne e il futuro è ricco di aspettative.
Lo scrittore e poeta francese Charles Péguy vedeva nella giovinezza una condizione spirituale prima ancora che anagrafica: la capacità di stupirsi, di attendere qualcosa di importante. Forse il dramma dell’età adulta non è invecchiare, ma perdere questa attesa. Perciò l’estate della maturità resta così viva nella memoria. Non perché sia l’ultima estate felice, tante altre ce ne saranno, ma perché è l’ultima completamente aperta a ogni orizzonte. Dopo, lentamente, si inizierà a scegliere, a instradarsi: una facoltà, una città, una relazione stabile.
Il seguito sulla rivista.
di Cristina Colli


