Il doppio volto del Giappone

Foto Getty Images

La docente Ida Duretto racconta, in Kabuki, il Paese visto da un’italiana che vive là.

Si tratti di novità dalle copertine pastello, popolate di gatti e di caffè; di interi piani di manga contemporanei o vintage o, ancora, di autori con respiro da classici in odore di Nobel, il Giappone ha ormai messo radici come e più di altri Paesi più vicini nelle librerie italiane. La prima generazione cresciuta in Italia a pane e animazione giapponese ha ormai superato i cinquanta e si sente, più o meno consapevolmente, in debito con il Sol Levante che le ha riportato in casa, animati con maestria, i classici europei per ragazzi che non avrebbe forse più letto senza quella mediazione moderna. Eppure, pur sentendosi ancora in famiglia nello stile di quei disegni, che oggi, moltiplicati nell’offerta, sono il pane quotidiano dei suoi figli, pur subendo il fascino di quella letteratura, non smette mai di sentire quella cultura sempre un po’ altra, con un doppio fondo di mistero o, se si preferisce, di incompreso. 
Per tutto questo è prezioso Kabuki, l’agile reportage, un mese un capitolo, che Ida Duretto, da cinque anni docente di Letteratura italiana all’Università di Kyoto, regala agli italiani: il Giappone meno noto raccontato all’Italia, con gli occhi di un’italiana che ci vive. Un invito quasi, ma anche un’operazione di mediazione culturale.
Professoressa Duretto, cominciamo da questo titolo?
«Sono sempre stata attratta dal Giappone e avevo acquistato in un negozio di stampe antiche un’incisione che raffigurava un personaggio con uno splendido kimono che portava sulle spalle uno scaffale con dei libri: mi ci sono subito identificata, pensando a un professore in viaggio, senza sapere che raffigurasse una maschera del teatro tradizionale kabuki, che ho scoperto dopo, seguendo anche qualche lezione di danza kabuki. Quando si è trattato di dare un titolo al libro, benché l’impianto sia cambiato più volte, ho pensato subito a quello: ricordando Shakespeare, il suo Tutto il mondo è un palcoscenico mi è sembrato il titolo perfetto per rendere l’idea del teatro come metafora per approfondire il mondo».
La scelta di raccontare il suo Giappone agli italiani ha a che fare con il suo arrivo a Kyoto nel 2021, momento di viaggi difficili?
«Il mio trasferimento è avvenuto in pieno covid ed è stato, per questo motivo, un’esperienza un po’ estrema: nessuno ha potuto accompagnarmi nel viaggio né condividerne nulla. Mi sono trovata sola in un mondo ignoto di persone ignote, mentre tutti coloro cui ero legata erano dall’altra parte del mondo, senza che nessuno potesse venirmi a trovare: sentivo la difficoltà di far arrivare a chi stava a casa le emozioni del mio viaggio. Quando l’editore mi ha proposto questo reportage ha in qualche modo risposto anche a questa mia esigenza. Così, io che avevo scritto solo saggi, per la prima volta mi sono confrontata con un genere diverso, più narrativo».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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