Lavorare ma restare poveri

A 80 anni dalla nascita della Repubblica, l’economista Tito Boeri riflette su come salari bassi, inflazione e precarietà mettano in crisi il principio del lavoro come strumento di emancipazione sociale.
Ottant’anni fa i padri costituenti hanno sancito nell’articolo 1 della Costituzione il principio cardine di questo Paese: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Un’affermazione che rappresenta una forte promessa: concepire il lavoro non solo come dovere, ma come base della democrazia, strumento imprescindibile di emancipazione sociale, dignità, libertà dal bisogno.
Da allora, per decenni la povertà è stata legata all’assenza di occupazione o alla precarietà saltuaria. Uno scenario che oggi sembra vacillare. Sebbene i dati dell’Istat di fine 2025 registrino un record di occupati (superato il tetto dei 24,2 milioni) e un calo della disoccupazione al 5,6 per cento, approfondendo la lettura emerge una realtà amara: quasi il 10 per cento dei lavoratori dipendenti e il 15 per cento degli operai risultano sotto la soglia di povertà, due punti percentuali sopra la media europea. Una situazione critica nella quale il lavoro, storico motore di mobilità, diventa causa di crescita delle disuguaglianze. Tito Boeri, ex presidente dell’Inps e direttore del Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi di Milano, ha spiegato che «il lavoro non basta». L’occupazione, infatti, è aumentata in gran parte per ragioni demografiche: «Le generazioni che stanno andando in pensione presentavano una partecipazione femminile inferiore rispetto a quelle più giovani. Parallelamente, però, i salari reali sono diminuiti: tra il 2019 e il 2025, la capacità di spesa dei lavoratori ha subìto un calo di oltre 10 punti percentuali. L’inflazione, con un carrello della spesa rincarato di oltre il 24 per cento negli ultimi quattro anni, non è stata compensata da adeguati aumenti salariali. La dinamica occupazionale cresce proprio perché il lavoro costa meno: la conseguenza è l’aumento dei cosiddetti working poor, persone che lavorano, ma restano povere».
Il seguito sulla rivista.
di Marta Perrini


