Ottant’anni di libertà

Dal referendum del 2 e 3 giugno 1946 alla costruzione della Carta costituzionale, un racconto delle scelte, delle conquiste e delle speranze che hanno dato forma al nuovo Stato, fondato su libertà, partecipazione, giustizia sociale e diritti condivisi.
Il 2 e il 3 giugno 1946 ventotto milioni di italiani e italiane furono chiamati a scegliere quale forma istituzionale dare al nuovo Stato nascente. Votarono circa venticinque milioni, l’89,08 per cento degli aventi diritto. Un’affluenza che non sarà più raggiunta nella storia repubblicana.
L’esito, che non era scontato alla vigilia, fu un 54,27 per cento che si espresse a favore della Repubblica, contro il 45,73 per cento che, invece, scelse la monarchia.
Un risultato che Piero Calamandrei definì un «miracolo della ragione» perché «mai nella storia è avvenuto e mai ancora avverrà che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re […] senza sommossa e senza guerra civile».
Il 2 giugno rappresenta una data fondativa che segna anche un passaggio-chiave del lungo percorso di emancipazione femminile: il primo voto politico delle donne, dopo la loro partecipazione alle elezioni amministrative del 10 marzo dello stesso anno. Quello con il voto fu un appuntamento vissuto dalle donne con emozione, consapevolezza e orgoglio per una conquista a lungo attesa e sofferta, in grado di rappresentare il primo passo verso il faticoso superamento di una schiavitù offensiva e ingiusta.
«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore», così la giornalista Anna Garofalo descriveva la trepidazione per l’esercizio di un diritto politico finalmente conquistato.
Gli italiani e le italiane iniziavano così a praticare la democrazia proprio nel momento in cui la edificavano, ricostruendo dalle fondamenta uno Stato ridotto in macerie dalla guerra e da vent’anni di dittatura fascista.
Il costume democratico era maturato grazie alla scelta resistenziale di quella minoranza – trasversale e plurale – che aveva assunto dal basso e spontaneamente la responsabilità non solo della liberazione del Paese dal nazifascismo, attraverso la lotta partigiana, ma anche della costruzione di uno Stato radicalmente nuovo, volto a promuovere l’emancipazione delle classi subalterne e delle donne.
Sussiste, infatti, uno strettissimo legame tra Resistenza e Costituzione in quanto i valori di libertà, pace, solidarietà, eguaglianza, giustizia sociale, affermati nella lotta di liberazione, furono tradotti nei principi fondamentali della Carta costituzionale del 1948.
Lo spirito democratico che aveva animato la Resistenza si trasfuse così nella scelta repubblicana e in quel processo costituente da cui scaturì la nuova legge fondamentale dello Stato.
Contestualmente al referendum istituzionale furono, infatti, eletti a suffragio universale anche i 556 componenti dell’Assemblea costituente, cui sarebbe spettato il compito di redigere un documento che separasse i poteri, ne fissasse i limiti, riconoscesse, garantisse e promuovesse i diritti.
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di Francesca Parmigiani


