Oltre i confini

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Il libro racconta la storia di suor Aziza, missionaria in zone di guerra.

Chi la conosce dice che suor Aziza è come il vento, non si sa mai dove trovarla. E l’incontro con lei, minuta, sorridente, determinata, dà proprio l’idea che, come il vento, non la si fermi con le mani e che sia nata per spalancare porte.
In Oltre i confini, in missione dall’Africa alla Terrasanta, scritto con Alessandra Buzzetti (Libreria Editrice Vaticana), racconta il suo incessante camminare per le infinite vie del Signore, cercando di gettare ponti dove il mondo costruisce muri. Il suo nome intero è Azezet Habtezghi Kidane, ma per tutti è suor Aziza. Nata in Eritrea nel 1958, con la veste dell’ordine comboniano come lasciapassare ha attraversato i fronti caldi del mondo, dal Sud Sudan all’Etiopia, fino alla Cisgiordania. Nell’assistere profughe africane in Israele ha scoperto e contribuito a sgominare una tratta di esseri umani attraverso il Sinai: «Ero donna, infermiera e sapevo sei lingue: ho ascoltato l’orrore indicibile vissuto da quelle ragazze torturate e abusate. Non potevo tacere». Era opera di eritrei e da allora suor Aziza non è più benvenuta nel suo Paese d’origine. Adesso è cittadina britannica. Oggi vive a Brescia, dove si occupa di migranti. La chiusura di un cerchio: san Daniele Comboni, il fondatore del suo Ordine, era bresciano, di Limone sul Garda, ed è stato il primo vescovo dell’Africa centrale. «Un uomo straordinario», dice lei. «Nelle lettere scriveva che una donna vale dodici uomini e che noi missionari dobbiamo avere addosso l’odore delle pecore. L’ho riconosciuto in papa Francesco».
L’abbiamo incontrata a Milano, nella sede della parrocchia di San Pietro in Sala. All’inizio di questa sua storia – che adesso è nel libro con prefazione del Patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa – c’è stato uno sguardo bambino: «Da piccola, in Eritrea, vivevo vicino all’ospedale dei lebbrosi, vedevo la loro esclusione e mi turbava. A Decamerè, dove la mia famiglia si era trasferita nel 1977 da Massaua, quando la guerra si era fatta più cruenta, durante la scuola secondaria è arrivata una suora comboniana e ha coinvolto alcune di noi ragazze copte cattoliche per aiutare gli orfani che avevano in casa. Una volta durante il catechismo ci ha fatto vedere un documentario in cui c’erano le suore comboniane che lavoravano con i lebbrosi: il mio cuore ha battuto. Sono andata da lei e le ho detto: anch’io voglio diventare suora».
La risposta fu un: «Non puoi, sei fidanzata». Era vero: «Ma io neanche conoscevo il ragazzo cui le famiglie mia e sua mi avevano promessa e non volevo sposarmi. Sono scappata di casa e sono tornata al convento. Mia madre ha provato a dissuadermi, ma alla fine hanno accettato che verificassi la mia vocazione. L’Ordine mi avrebbe formata come maestra, ma poi hanno lasciato che studiassi quello che volevo: sono diventata infermiera e ostetrica e mi hanno mandata a Londra per specializzarmi nelle malattie tropicali».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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