Alla larga da pregiudizi e stereotipi

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I figli mi fanno spesso notare quanto io sia ancorato a schemi rigidi. E allora è giusto aprire la mente, trovando magari una via di mezzo.

Stereotipi? Pregiudizi? Luoghi comuni? Per carità. Un uomo colto, illuminato, aperto al mondo (come pensa di essere, esagerando, chi scrive qui) non ritiene di averne, o perlomeno di averne solo in minima parte. Perché condizionano le idee e inquinano le relazioni, rischiano di far inquadrare le persone che si incontrano sulla base di criteri preordinati. E fanno perdere l’opportunità di conoscere e apprezzare le novità.
Così, da un po’ di tempo, devo felicitarmi con i miei figli che, mentre io attraversavo il mondo, gli eventi e le persone convinto di non essere vittima di questi schemi, mi hanno gentilmente fatto notare che, invece, per i tempi di oggi ne ho tanti. Troppi. I figli, bontà loro, me ne hanno mostrati alcuni banali, riferiti a comportamenti o abitudini che io continuo a considerare, tutt’al più, semplici stranezze (negative).
Tipo: che un maschio porti orecchini o tatuaggi, dare per scontato che qualcuno sia straniero senza sapere chi sia, stupirsi che un uomo di colore parli perfettamente l’italiano. «Embè?», mi fanno. «Che c’è di strano?» E ancora, mi fanno notare altre cose: rari apprezzamenti per il cibo esotico? Alcuni vestiti originali che non per questo definiscono la personalità di chi li indossa? Donne che parlano in modo assertivo, infarcendo il discorso con parolacce? Le relazioni sentimentali fra persone dello stesso sesso? L’uso, per nulla problematico, di certe tecnologie digitali? Musiche dall’altro mondo che si ascoltano raramente? E così via.

Il seguito sulla rivista.

di Vittorio Sammarco

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